Settembre 12, 2010

Mondadori. Interventi definitivi?

Author: iQuindici - Categories: Sassolini - Tags: , , ,

La questione si trascina oramai da tempo. Da troppo forse. Moltissimi scrittori che pubblicano con Mondadori sono recentemente intervenuti su Carmilla per chiarire le proprie posizioni, dopo che l’articolo di Mancuso aveva riaperto il dibattito.

Potete trovare la serie completa di tali interventi qui.

Noi ci limitiamo a inserire la risposta dei Wu Ming, lasciando che ognuno sia libero di formarsi la propria opinione a riguardo. All’interno dello stesso collettivo iQuindici, infatti, le posizioni sono discordanti. Pubblicare o meno per il Gruppo Mondadori? Questioni che, purtroppo, solamente in Italia siamo costretti a porci…..

*LA QUESTIONE EINAUDI + DUE O TRE COSETTE CHE I BOYCOTT BOYS NON SANNO*
> L’Einaudi non è Berlusconi, perché quest’ultimo passa, mentre l’Einaudi
> resterà. Resterà il catalogo, per dirla con Valter Binaghi,
> “poeticamente più sovversivo del mondo”. Resterà quel soggetto, quella
> voce nel dibattito culturale e civile.
> Quindi [...] bisogna TENER DURO, “resistere un minuto più del padrone”.
> Bisogna lottare dentro, per salvaguardare i margini e gli spazi di
> autonomia rispetto alla proprietà, per riequilibrare con mosse “buone”
> ogni concessione o cedimento, ogni eventuale “scivolone”. Date
> un’occhiata al catalogo e vedrete quali e quante sono le mosse “buone”.
> Abbiate un po’ di pazienza e vedrete, quest’autunno, alcune uscite
> strategicamente fondamentali.
> Perché dalle pagine culturali dei giornali (e siti) berlusconiani, molti
> scrittorucoli di destra attaccano soprattutto gli autori di sinistra che
> pubblicano con Einaudi o Mondadori? Magari chi non è dentro quel mondo
> non se ne accorge, ma è una vera e propria grandinata di lamentele e
> contumelie, e dura da anni e anni.
> La risposta è semplice: perché reclamano i nostri posti. Vorrebbero
> esserci loro al posto nostro, e si lamentano a gran voce: ma come?
> Quelle case editrici sono di proprietà di Berlusconi e proprio noi,
> autori berlusconiani, non abbiamo tappeti rossi srotolati davanti ai
> nostri piedi e ancelle che ci precedono gettando petali di rosa?
> Questi sgomitano con violenza, da anni. Ma l’Einaudi non li pubblica e
> in genere non li pubblicano nemmeno le collane più prestigiose di
> Mondadori, perché i capi-collana come Repetti e Cesari in Einaudi o
> Brugnatelli in Mondadori non sono yes-men. Così si riesce, non senza
> sbavature ma comunque ci si riesce, a salvaguardare il catalogo.
> Se chi in Mondadori non la pensa come Berlusconi uscisse dal gruppo
> editoriale, quei posti verrebbero /presi all’istante/ da yes men. Al
> posto dei libri di Saviano o di Cantone, nella collana “Strade Blu” di
> Mondadori vedremmo quelli di svariati scalzacani.
> Ma è doveroso portare la logica del boicottaggio un po’ più in là, fino
> alla massima coerenza.
> Se tutti gli autori che osteggiano Berlusconi uscissero dall’Einaudi,
> come sembrano auspicarsi i Boycott Boys, significherebbe soltanto
> DISTRUGGERE L’EINAUDI, senza peraltro sconfiggere Berlusconi, che in un
> paese di non-lettori come questo non vedrebbe in alcun modo intaccato il
> suo consenso di massa, consenso che ha presso persone che NON leggono
> libri Einaudi.
> E così, alla fine del ciclo berlusconiano, ci ritroveremmo senza
> l’Einaudi. Avremmo distrutto una delle più prestigiose case editrici di
> sinistra, e un pilastro storico della cultura antifascista in Italia.
> Bel risultato! Tutto questo perché si è presa una scorciatoia, perché si
> è sacrificato il lungo periodo alle pressioni della contingenza. Ma che
> senso ha?
> Il boicottaggio è uno strumento importante, ma per metterlo in pratica
> servono dei requisiti. Uno dei quali è: conoscere l’industria che vuoi
> boicottare. Infatti chi promuove il boicottaggio alla Nike sa tutto di
> quest’ultima, sa dove sono gli stabilimenti, conosce gli organigrammi,
> segue le dichiarazioni dell’amministratore delegato, etc.
> Nel caso di questo boicottaggio agli autori Mondadori ed Einaudi, questo
> requisito manca totalmente. In giorni e giorni di perlustrazione della
> rete, non [abbiamo] trovato una presa di posizione una (nemmeno una!)
> che faccia pensare a una benché minima conoscenza dell’Einaudi, della
> sua storia, del suo catalogo, di cosa si muove là dentro, di quali siano
> gli equilibri. Non solo: chi promuove questo boicottaggio sembra NON
> SAPERE NULLA DI EDITORIA, tout court. Sfuggono i meccanismi basilari,
> manca l’ABC [...] si schiaccia totalmente l’Einaudi sulla Mondadori e
> quest’ultima su Berlusconi.
> Così facendo, si danneggia in primo luogo chi, come noi e tantissime
> altre persone, là dentro cerca di lavorare per un’Einaudi post-Mondadori
> e post-Berlusconi.
> Credete che sia una cosa facile, soprattutto di questi tempi, ribadire
> che si continuerà a lavorare con l’Einaudi finché sarà possibile (finché
> qualcuno non ci caccerà)? Pubblicare con Einaudi sta diventando la
> scelta più impopolare in una fase di populismo acuto e di capi
> carismatici [...] Fatevi un giro nei forum, nei blog, nei profili
> Facebook che fanno riferimento a grillini, BoBi e dintorni. E’ tutta
> un’ingiuria contro di noi, contro Lucarelli, contro Saviano e mille altri.
> Bene, noi non ci facciamo intimidire, serve anche e soprattutto il
> coraggio di essere impopolari. Solo che il danno sarà sistemico:
> aumenterà la quantità di veleni e di falsi problemi agitati come drappi
> rossi di fronte a masse in cerca di semplificazione delle questioni.
> Anche se questo boicottaggio fallirà (perché è stupido e mal concepito),
> il gioco non sarà a somma zero. Ne usciremo con sempre più divisioni “a
> sinistra”, e con una lacerazione dei rapporti tra intellettuali e masse
> (e stavolta, almeno per una volta, NON sarà colpa degli intellettuali).
> Non c’è sito o blog dove si discuta di questo tema in cui gli scrittori
> (e, attenzione, /soltanto loro/) non vengano chiamati in causa.
> Infatti, nessuno ha ancora chiesto agli editori “virtuosi” di boicottare
> le librerie Mondadori rifiutandosi di mandarci i libri che pubblicano, o
> di boicottare la distribuzione Mondadori non affidandole gli scatoloni.
> Del resto, anche gli editori concorrenti più “barricaderi” si guardano
> bene dal farsi avanti con un /beau geste/ di questo tipo, che pure
> sarebbe molto più clamoroso e di sostanziale impatto della tanto
> reclamata diserzione di questo o quell’autore.
> Nessuno ha chiamato in causa editor e capi-collana etc. Tutti i
> chiamanti in causa hanno chiamato in causa gli autori.
> Che non si sono tirati indietro, e hanno fatto bene a rispondere,
> ciascuno a suo modo.
> Come fanno bene a spiegare alcune cose che sfuggono al “general public”
> e, soprattutto, sfuggono ai Boycott Boys.
> Ad esempio, che la famiglia Berlusconi è azionista del gruppo
> Rizzoli/RCS <http://bit.ly/bgyayR>. Non solo è azionista direttamente,
> ma esercita un controllo azionario indiretto, dato che l’azionista di
> maggioranza è Geronzi.
> Non si contano le volte al giorno in cui, qui o là, veniamo invitati a
> lasciare Mondadori e addirittura Einaudi “perché è di Berlusconi”, e ci
> sentiamo dire che “esistono altri grandi editori, come Rizzoli”. Tra
> l’altro, ehm, noi per Rizzoli pubblichiamo già.
> E via così, col pilota automatico, ignorando davvero troppe cose.
> Proviamo a farci questa domanda: chi boicotta la Nestlé, dove le ha
> attinte le informazioni su quest’ultima? La risposta è abbastanza
> semplice: ha studiato. Ha letto le pagine di economia, ha perlustrato il
> sito e le comunicazioni ufficiali dell’azienda, ha socializzato tra
> tante persone saperi parziali che, un po’ alla volta, hanno composto un
> quadro generale. Idem per la Nike e tutte le altre campagne di
> boicottaggio. Idem per i pompelmi israeliani. Un boicottaggio non si
> improvvisa alla carlona, mettendo su un sito in 24 ore e invitando la
> gente a fare mail bombing a casaccio. L’Annosa Questione esiste da
> quindici anni, c’era tutto il tempo, da parte di chi l’ha sollevata, di
> fare ricerche, compilare dossier e “libri bianchi”, leggersi libri di
> storia dell’editoria (in questo thread abbiamo fornito parecchi link).
> Con tutta evidenza, questo è un lavoro che nessuno ha fatto.
> [...] Se un autore che pubblica per il gruppo Mondadori decidesse di
> smettere di farlo, priverebbe il gruppo stesso dei proventi derivati
> dalla vendita dei suoi libri? Solo parzialmente. La percentuale del
> prezzo di copertina che spetta all’editore in effetti finirebbe nelle
> tasche di un’altra casa editrice, ma questa è solo una fetta della
> torta. Infatti il gruppo Mondadori è anche azionista di maggioranza del
> principale distributore di libri italiano, nonché titolare di una delle
> due più grosse catene di bookstore del Belpaese. Significa che se si
> volesse evitare di portare soldi nelle tasche della famiglia Berlusconi
> bisognerebbe anche chiedere al proprio nuovo editore di non affidare la
> diffusione dei propri libri al suddetto distributore e di non venderli
> nei bookstore della catena Mondadori. Altrimenti sarebbe un boicottaggio
> parziale: vale a dire una contraddizione in termini.
> E’ significativo che Mancuso, nella sua ingenuità, non abbia nemmeno
> preso in considerazione la faccenda, proprio mentre ancora oggi su
> Repubblica ripropone la questione mettendo al centro l’aspetto
> prettamente economico (”a chi faccio fare i soldi con i miei libri?”).
> Questo dimostra una volta di più quanto i fautori del boicottaggio alla
> Mondadori ignorino i meccanismi dell’industria editoriale italiana e
> siano piuttosto in cerca di bei gesti di delegittimazione del tiranno.
> Il desiderio di semplifcazione che ormai ha contagiato la società
> italiana è il principale sintomo della vittoria psichica del
> berlusconismo. Ma la realtà resta più complessa e non si può districare
> con i bei gesti, solo con pratiche di resistenza lenta e duratura.
> Le pratiche di resistenza pertengono al modo in cui si decide di
> svolgere il proprio mestiere di scrittori. E questo riguarda il
> contenuto di ciò che si scrive; come si affronta il problema
> dell’estinzione dei lettori, o quello dell’impatto ecologico della
> propria attività, o ancora quello della fruizione dei testi letterari;
> insomma il tipo di cultura e di consapevolezza che si alimenta

Agosto 23, 2010

“Ad aziendam” : si riapre il dibattito (mai chiuso) su Mondadori.

Author: iQuindici - Categories: Sassolini

Un articolo di Massimo Giannini e uno di Vito Mancuso hanno riaperto sul finire di questa estate il dibattito su Mondadori. Riportiamo qui di seguito l’intervento di Mancuso lasciando ognuno libero di formarsi una propria opinione a riguardo ed eventualmente di esprimerla.

di Vito Mancuso

Da quando ho letto l´articolo di Massimo Giannini giovedì scorso 19 agosto non ho potuto smettere di pensarci. Ho provato a fare altro e a concentrarmi sul mio lavoro, ma dato che in questi giorni esso consiste proprio nella stesura del nuovo libro che a breve dovrei consegnare alla Mondadori, mi è sempre risultato impossibile distogliere dalla mente i pensieri abbastanza cupi che vi si affacciavano. La domanda era sempre quella: come posso adesso, se quello che scrive Giannini corrisponde al vero, continuare a pubblicare con la Mondadori e rimanere a posto con la mia coscienza? Come posso fondare il mio pensiero sul bene e sulla giustizia, e poi contribuire al programma editoriale di un´azienda che a quanto pare, godendo di favori parlamentari ed extra-parlamentari, pagherebbe al fisco solo una minima parte (8,6 milioni versati) di un antico ed enorme debito (350 milioni dovuti)? Come posso fare dell´etica la stella polare della mia teologia e poi pubblicare i miei libri con un´azienda che non solo dell´etica ma anche del diritto mostrerebbe, in questo caso, una concezione alquanto singolare?
Io sono legato da tempo alla Mondadori, era il 1997 quando vi entrai come consulente editoriale della saggistica fondandovi una collana di religione e spiritualità, poi nel 2002 ebbi l´onore di diventarne autore quando il comitato editoriale accettò il mio saggio sull´handicap come problema teologico, onore ripetuto nel 2005 e nel 2009 con altri due libri. Conosco bene i cinque piani di palazzo Niemeyer a Segrate, gli ufficiopen-space, i corridoi interminabili dove si incontra chiunque (scrittori, politici, cantanti, calciatori, scienziati, matematici, preti, comici…), la mensa dove per parlare con il vicino spesso bisogna gridare, il ristorantino vip, lo spaccio dove si comprano i libri a metà prezzo, le redazioni dei settimanali e dei femminili, l´auditorium dove presentavo ai venditori i libri in uscita e di recente il libro che sto scrivendo. So dove si trovano le macchinette del caffè, luogo di ritrovi e di battute, e di gara con gli amici a chi mette per primo la monetina. Ecco, gli amici. Impossibile per me parlare della Mondadori e non rivedere i loro volti e non provare ancora una volta ammirazione e stima per la loro professionalità. Perché questo anzitutto la Mondadori è: una grande azienda di brillanti professionisti. Del resto a parlare sono i titoli e i fatturati, sono i lettori italiani che continuano a premiare con le loro scelte il lavoro di un´editrice che va avanti dal 1907. Un lavoro in grado di vincere anche in qualità, basti pensare alla collezione dei Meridiani, ai Meridiani dello Spirito, ai classici greci e latini della Fondazione Valla. E se uno avesse dei dubbi, prenda in mano il catalogo degli Oscar e di sicuro gli passeranno, perché si ritroverà tra le mani una vera e propria enciclopedia della scienza editoriale in compendio.
Per questo il mio dubbio, dopo l´articolo di Giannini, è pesante. Leggendo ho appreso che non si tratta più di accettare una proprietà che può piacere oppure no ma che non ha nulla a che fare con le scelte editoriali, cioè con l´azienda nella sua essenza. Stavolta è la Mondadori in quanto tale a essere coinvolta, non solo il suo proprietario per i soliti motivi che non hanno nulla a che fare con l´editoria libraria. Quindi stavolta come autore non posso più dire a me stesso che l´editrice in quanto tale non c´entra nulla con gli affari politici e giudiziari del suo proprietario, perché ora l´editrice c´entra, eccome se c´entra, se è vero che di 350 milioni dovuti al fisco ne viene a pagare solo 8,6 dopo quasi vent´anni, e senza neppure un euro di interesse per il ritardo, interessi che invece a un normale cittadino nessuno defalca se non paga nei tempi dovuti il bollo auto, il canone tv o uno degli altri bollettini a tutti noti.
Eccomi quindi qui con la coscienza in tempesta: da un lato il poter far parte di un programma editoriale di prima qualità venendo anche ben retribuito, dall´altro il non voler avere nulla a che fare con chi speculerebbe sugli appoggi politici di cui gode. Da un lato un debito di riconoscenza per l´editrice che ha avuto fiducia in me quando ero sconosciuto, dall´altro il dovere civico di contrastare un´inedita legge ad aziendam che si sommerebbe alle 36 leggi ad personam già confezionate per l´attuale primo ministro (riprendo il numero delle leggi dall´articolo di Giannini e mi scuso per il latino ipermaccheronico “ad aziendam”, ma ho preso atto che oggi si dice così). A tutto questo si aggiunge lo stupore per il fatto che il Corriere della Sera, gruppo Rizzoli principale concorrente Mondadori, finora abbia dedicato una notizia di poche righe alla questione: come mai?
Nella mia incertezza ho deciso di scrivere questo articolo. Spero infatti che a seguito di esso qualcuno tra i dirigenti della Mondadori possa spiegare pubblicamente cosa c´è che non va nell´articolo di Giannini, perché e in che cosa esagera e non corrisponde a verità. Io sarei il primo a gioirne. Spero inoltre che anche altri autori Mondadori che scrivono su questo giornale possano dire come la pensano e cosa rispondono alla loro coscienza. Sto parlando di firme come Corrado Augias, Pietro Citati, Federico Rampini, Roberto Saviano, Nadia Fusini, Piergiorgio Odifreddi, Michela Marzano… Se poi allarghiamo il tiro alle editrici controllate interamente dalla Mondadori (il che, in questo caso, mi pare oggettivamente doveroso) arriviamo all´Einaudi e a nomi come Eugenio Scalfari, Gustavo Zagrebelsky, Adriano Prosperi… Sono tutte personalità di grande spessore e per questo sarei loro riconoscente se contribuissero a risolvere qualcuno dei dubbi sollevati da questa inedita legge ad aziendam nella coscienza di un autore del Gruppo Mondadori.

Agosto 6, 2010

I cani di N’Djamena

Author: iQuindici - Categories: Sassolini

Di rado, e solo in caso di guerra civile, si sente parlare di N’Djamena.

Il primo impatto con la capitale del Ciad l’ebbi nelle mie frequentazioni con Dialogo NordSud. La rivista di Michele Achilli ne raccontava durante la guerra tra Libia e Ciad e quando si interruppe la pubblicazione, lontana dal tempo di internet, per mesi mi sono presentata in edicola sperando di ritrovarla sugli scaffali, come una Elettra sulla tomba del padre.

Andai successivamente a N’Djamena, altre occasioni, altri interessi, con però impresse nella memoria le fotografie ipnotiche dell’esercito di Hissène Habré, sulle camionette a fucili spianati. Ora non visito N’Djamena da tanto tempo e rileggo Viaggio al Congo e Ritorno dal Ciad di André Gide, che nel 1927 scriveva “Fort Lamy. Com’è brutto! E come è triste!”.

Che destino… dopo circa quarantacinque anni la città cambia nome, le ci si rivolge come ad una donna, i 9000 abitanti di allora sono diventati quasi un milione e nonostante la preferenza incondizionata che provo per N’Djamena, resta davvero una delle più brutte città che abbia mai visitato.

I primi giorni a N’Djamena solitamente li ho trascorsi ospite in una casa di suore giapponesi (non scherzo), in uno stabile nel centro della capitale che serve da anni viaggiatori verso missioni religiose, alla ricerca del senso della vita, lavorando a progetti di cooperazione, aiuti. Facendo parte anche io di questa genìa di globe trotter infusa di ideali umanitari e dovendo in genere attendere una macchina che mi portasse nel sud del paese, ero solita bivaccare nel recinto della casa, discorrendo con gli altri ospiti, tutti bianchi, tutti ispirati, rapita dalla varietà dell’esistenza.

Una sera converso a lungo con i medici Ambrogio e Mario, di stanza a Goz Beida, che ritrovo successivamente sia a N’Djamena e sia su diversi reportage, quando la pressione degli oltre 250.000 rifugiati dal Darfur ha reso quell’avamposto dimenticato da Dio il centro di interessi tragici. I due medici non ricorderanno certamente me, una confusa e piuttosto stupida idealista, indistinta tra le decine di volontari, ma io sì che li ho ben presente. La notte che segue è ancora lontana dalla ferocia dei Janjawid che modificherà gravemente gli assetti ad est del Ciad, ma per la mia mente quella notte è testimone come di una osmosi. Sarà che la trascorro a vomitare il polpettone preparato dalle suore, quello del venerdì sera. Sarà che così mi trascino tra il letto e il bagno, schiacciata dal cigolio ossessivo delle pale sul soffitto, sarà che vomito l’anima e che pure ascolto la mia vicina di letto, medico, anche lei per un breve periodo in Ciad, raccontare dei suoi progetti di lavoro nell’ospedale a Goundi e che mi propone delle pastiglie per fermare il vomito, che non prendo. Sarà che sono febbricitante e ho quasi le allucinazioni.

Giaccio sulla branda di ferro, sudata e impaurita dal dolore allo stomaco, nella città immersa nel buio ascolto branchi di cani darsi il verso l’un l’altro attraverso i quartieri, marcando le strade, guaendo senza pausa. Un attimo il silenzio, poi qualche ringhio e in un crescendo di latrati capisco che a un manipolo di randagi si sono aggregati altri cani e posso immaginarli, padroni assoluti delle strade, fiancheggiate invece che dai marciapiedi dalle fogne a cielo aperto. L’eco del loro girovagare notturno mi riconsegna l’abbandono in cui versa N’Djamena, che in quella notte mi appare più che mai desolata. Li seguo spostarsi in branco da una parte all’altra della capitale, sono turbata al pensiero di chi, chiuso nelle precarie dimore, deve difendersi anche da questo.

Quei cani di N’Djamena che hanno abbaiato in continuazione fino all’alba mi rimandano alla barbarie non solo del Darfur, ma delle guerre civili che la città ha subito ripetutamente anche dopo Habré, come fosse una profezia di morte e di abdicazione. Così come il nostro Governo sta abdicando oggi, approvando in Senato la riduzione dei contributi italiani alla missione in Darfur, a favore della presenza in Afghanistan.

“Fort Lamy. Com’è brutto! E come è triste!”.

Luglio 26, 2010

La Love Parade deve continuare

Author: iQuindici - Categories: Sassolini

A vederli nel tunnel, come vitelli instradati prima del macello, la rabbia diventa furia. 

Sono passate 48 ore dalla morte di 19 giovani alla Love Parade e la rabbia non passa.

Di quei giovani non frega niente a nessuno.

Questa civiltà decadente di piccolo borghesi guarda la partecipazione ai concerti con aria di sufficienza “ noi si che andavamo ai concerti tosti” e osserva quei ragazzi che appaiono troppo per bene e poco credibili nel loro bisogno di musica e di sballo. Eppure ne muoiono ogni settimana di sballo, eppure i concerti si susseguono con milioni di persone che cantano e sono felici di essere lì.

 

A Duisburg sono morti per indifferenza. Le misure di sicurezza sono state pensate per un gregge che poteva essere guidato da qualche cane da guardia. Non cittadini con il diritto a muoversi e spostarsi in Duisburg su percorsi da loro scelti, non giovani cui garantire sicurezza in un contesto critico, non ragazzi con le loro paure.

Il panico è micidiale e non bastano gli avvertimenti di chi la strada la conosce “quando sei in una situazione di massa in panico, cerca un angolo, mettiti contro un muro e non muoverti”, la paura è sorprendente e incontrollabile. L’indifferenza delle autorità diventa però omicidio.

E’ l’indifferenza di una società e di una politica che non sa cosa farsene dei giovani, che nel ranking della spesa per istruzione scolastica risulta tra il 70 e 80 esimo posto nel mondo, con tassi negativi di crescita della popolazione, con il fastidio verso bambini e ragazzi il cui futuro è stato eroso dalle generazioni precedenti, da noi.

 

Gli organizzatori hanno annunciato che con Duisburg finisce la Love Parade, vorrei che non fosse così, che la paura non immobilizzasse il bisogno di perdere il controllo, di musica ad alto volume, perchè siamo stanchi noi degli appartamenti a luci soffuse, della misura nel dialogo e della padronanza dei gesti.

Luglio 23, 2010

Libertà di parola: diffondiamo!

Author: iQuindici - Categories: Libertà Digitali

Federazione Nazionale della Stampa Italiana

roma, 22 luglio ’10

Prot. n. 181

*La Federazione nazionale della Stampa Italiana comunica:*

“Attenti e vigili in piazza Montecitorio giovedì 29 luglio alle ore 16 in contemporanea con l’avvio del dibattito sul ddl intercettazioni nell’aula della Camera. Il ‘Comitato per la libertà e il diritto all’informazione e alla conoscenza’, che aveva organizzato le manifestazioni del primo luglio a piazza Navona e in altre città italiane, è tornato a riunirsi nella sede della Fnsi ed ha fissato questo presidio per indicare che rimane alta l’attenzione e la mobilitazione delle forze sindacali e sociali.

I positivi emendamenti votati dalla Commissione Giustizia della Camera per le parti riguardanti il lavoro dei giornalisti - con l’introduzione dell’udienza-filtro, che è anche il risultato della pressione esercitata per mesi da un ampio cartello di associazioni - non possono nascondere i pericoli che ancora il testo comporta per il diritto dei cittadini a comunicare (con l’immotivata sottomissione dei blog alle stesse regole dell’informazione professionale) e per la sicurezza stessa della comunità, visti gli ostacoli che il disegno di legge Alfano continua a porre al ricorso alle intercettazioni da parte di magistrati e forze di polizia.

Né tagli, né bavagli’, aveva detto l’insieme di sigle ritrovatosi a combattere contro le diverse forme di censura. E dunque non c’è motivo di smobilitare, poiché negli stessi giorni in cui viene modificato il ddl Alfano arriva a conclusione una manovra economica di devastante impatto sulle testate cooperative, non profit e di partito, che la cancellazione del cosiddetto ‘diritto soggettivo’ porta in molti casi sull’orlo della chiusura. La decurtazione drastica dei finanziamenti pubblici è il bavaglio più letale, così come i tagli alla cultura e allo spettacolo tolgono voce ai punti di vista critici e alle espressioni meno omologate.

Il presidio del 29 luglio a Montecitorio riaffermerà la forza dell’alleanza tra gli operatori dell’informazione e della cultura e i tanti cittadini che non vogliono più farsi sottrarre notizie e conoscenza”.
__________________________________________________________
Corso Vittorio Emanuele II 349 - 00186 Roma - tel. 06/68008.1 fax 06/6871444
sito: www.fnsi.it - e-mail: segreteria.fnsi@fnsi.it

Luglio 4, 2010

Silenzio attivo

Author: iQuindici - Categories: Libertà Digitali - Tags: ,

Riceviamo a diffondiamo!

DDL Alfano: Il 9 luglio giornata del “silenzio attivo” anche sul web

Un appello di Lettera22

Il 9 luglio sarà per le testate giornalistiche italiane la giornata del silenzio: un modo per dimostrare quel che può accadere con il ddl Alfano.
Ma questa scelta non avrà senso se la Rete, ormai molto di più che un “secondo giornale”, continuerà a parlare e a divulgare notizie. Per questo motivo l’associazione fra giornalisti Lettera22 ha promosso un appello perché tutti i siti di informazione della rete oscurino l’informazione diffusa il 9 luglio. L’appello, che sarà letto oggi dal palco di Piazza Navona, chiede un “silenzio attivo”: che i siti web che divulgano notizie sospendano per un giorno il loro lavoro, listino a lutto il proprio sito web e divulghino invece commenti, analisi e riflessioni sui rischi della libertà di stampa nel nostro Paese.

“Il 9 luglio – sostiene Emanuele Giordana, direttore di Lettera22, l’Italia deve fermarsi a pensare cosa significa imbavagliare le Tv, alle radio, la carta stampata ma anche la Rete nelle sue forme più diverse, diffuse, sommerse. Dobbiamo infatti evitare che con la diffusione, sempre rimandata, della banda larga in Italia aumenti la volontà di bavaglio per tutte le forme di espressione e di libertà sinora garantite dalla Rete”.

Giugno 30, 2010

Una cultura del leggere che entri nelle strade

Author: iQuindici - Categories: Sassolini, Scritture

In un articolo di alcuni mesi fa Boris Groys sosteneva che la direzione presa dall’umanità conducesse verso un nuovo totalitarismo globale, un nuovo ordinamento e, secondo certi filosofi, addirittura verso una nuova politeia platonica.

A detta dello studioso, se nel ’900 sono state realizzate le aspirazioni utopiche del secolo precedente (coi risultati che tutti conosciamo) nel XXI sembriamo essere tornati indietro al XIX secolo: libero scambio globale, terrorismo, pirati, guerre coloniali, culto delle celebrità, fashion magazine. Le uniche differenze, sottolinea Groys, “sono i film al posto dei romanzi.”

Che ci si riconosca o meno in esse, le considerazioni di Groys si inseriscono in una più ampia gamma di interventi e studi che negli ultimi anni stanno cercando di analizzare le istanze della contemporaneità, nel tentativo di riuscire a tracciarne gli scenari futuri.

Il tanto celebrato Villaggio Globale sembra essere scivolato in una slavina di cui è difficile intuire i contorni, dove tutto è divenuto periferia, incluso il centro stesso dell’Impero: la civiltà occidentale nella sua ultima personificazione, gli Stati Uniti.

Da una parte è possible riconoscere, ancora forte e inquietantemente più subdola, la tendenza a uniformare (la mainforce, il mainstream) ovvero ad accentrare, livellare, controllare, eliminare differenze e margini d’approfondimento. Dall’altra persistono correnti minori, centripete, decostruttiviste (in senso deriddiano) che paiono le uniche in grado di ricominciare a strutturare il mondo, scendendo nelle viscere di una realtà sempre più fatta di superfici, ovvero sempre più sulla via di divenire, finalmente e definitivamente come nelle migliori previsioni del caso, un simulacro di se stessa.

Le considerazioni possono essere molte e differenti, non solo in ambito letterario.

Che l’Occidente e con lui il resto del pianeta siano precipitati in una seria crisi di sfiducia nei confronti del presente e della propria capacità di immaginare un futuro sembra essere oramai assodato.

Che tale sentimento abbia finito per raggiungere ogni strato della società (ricchi, meno ricchi, indigenti, poveri) è un altro fatto riconosciuto, al punto tale che anche i tentativi d’infondere ottimismo da parte del mainstream non sembrano in grado di ottenere i risultati desiderati. Lo stesso mainstream sembra agonizzare nel tentativo di rivitalizzarsi. Fare affidamento ai sistemi di superamento crisi-sopravvivenza finora utilizzati sembra essere divenuto impossibile. Non ci sono più magnifiche sorti e progressive in cui credere (almeno, non al momento) al di là di una vaga idea di tecnologia in grado di risolvere, un giorno, i numerosi gap in cui siamo finiti per franare (relazioni tra individui/con se stessi/ con la natura/con i propri prodotti).

Secondo Lucio Villari se “nei primi decenni del XX secolo c’era ancora l’idea di inventare tutto ciò che si potesse inventare, con la convinzione che l’uomo potesse governare tali invenzioni, oggi si corre il rischio che siano le invenzioni a governare l’uomo. E non per colpa delle macchine o delle invenzioni, ma per la poca consapevolezza filosofica nei confronti di questo processo innovativo.”

Ecco il Nuovoevo (il nuovo Medioevo) da tempo cominciato, il cui inizio verrà tracciato dagli storiografi del domani tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, con le torri gemelle a suggellarne l’entrata ufficiale sulle scene.

Possiamo ignorarne i termini, ma quando il sentimento di sfiducia raggiunge le strade, dopo essere stato a lungo preannunciato in altre sedi significa che il processo è ben oltre il proprio principio.

La domanda è, in quali termini può la letteratura legarsi a tali eventi? E quale può essere, in questo senso, il suo ruolo nel determinare quelli futuri?

Difficile dare risposte chiare. La letteratura è come ogni espressione umana nella nostra Storia uno degli specchi in cui possiamo rifletterci. Di più. Nel suo affondare le radici ai primordi della civilizzazione umana (nel suo essere la più antica forma di riflessione su se stessi elaborata dalla specie umana) è il primo, dei nostri specchi. è il più antico e il più veritiero. Siamo ciò che abbiamo scritto. In questo senso, non possiamo mentirci. Anche quando tentiamo di farlo, finiamo sempre per dirci la verità.

Tutto vero, d’accordo, ma di quale letteratura stiamo parlando?

L’articolo di Valerio Evangelisti “Una narrativa adeguata ai tempi” è in questo senso uno degli interventi più lucidi e incisivi sull’argomento. Il suo contrapporre a una produzione “minimalista” – che si muove “entro contesti tenui e dalle luci soffuse, in cui si annusa la polvere e il borotalco” ovvero estranea ai tempi presenti e sterile in rapporto a quelli futuri – una “massimalista” – ovvero di contrasto, che si fa registrazione e critica, ma anche ricerca, sfida – centra il cuore della questione, e apre squarci inquietanti e fecondi sullo scenario letterario non solo del nostro paese.

In un dialogo giovanile che ebbi anche la sventura di pubblicare, uno dei personaggi si domandava come fosse possible che tra tutti i mezzi di comunicazione inventati dall’uomo non ce ne fosse uno capace di farci comunicare con i nostri genitori (la conclusione era che “non esistono mezzi di comunicazione”).

Oggi appare sempre più chiaro che un tale mezzo di comunicazione in realtà esista, e sia legato alla nostra capacità di raccontare la vita, d’immaginarne i confini, e, nei limiti del possible (e dell’impossibile), di tentare di donarvi un significato.

Tale è stata, fin dall’inizio della civilizzazione, la funzione del “raccontare storie”.

In Italia, forse il Paese più passivamente medializzato dell’Occidente, la domanda è come questo possa avvenire e con quali risultati.

è una domanda che pare assumere i lineamenti di una sfida difficile da vincere, soprattutto in tempi di depressione, non solamente economica.

Se da una parte ci si lamenta che nessuno legge, dall’altra non sembra che ci si preoccupi più di tanto di creare interesse nella lettura. Un humus, un terriccio, un milieu in cui poter coltivare, nutrire, crescere una predisposizione che non abbiamo mai avuto. Nel BelPaese le nuove generazioni paiono addirittura avere una minore propensione a leggere di quelle precedenti (unico caso al mondo). In altre realtà (su tutte la decadente America, che comunque, pur con risultati disastrosi, perlomeno si dibatte nell’agonia) la letteratura sembra aver accolto la sfida ed essere oggi come ieri strumento di penetrazione del reale, su più livelli e in più contesti. All’appiattimento di certe produzioni hollywoodiane si contrappongono istanze differenti, mosse da curiosità e da necessità oramai inevitabili di rinnovamento. La letteratura è nei giornali, nella rete, nelle serie televisive, nei fumetti, nelle piccole produzioni cinematografiche. Non esiste realtà che non ne sia, in una maniera o nell’altra, influenzata. La vitalità letteraria di un paese, d’altra parte, la sua capacità di raccontare storie ed avere un pubblico, non può essere scissa dalla realtà che l’ha prodotta. Essa si nutre di ciò che vive al di fuori di sé prima ancora di divenire ciò che è.

Pare non esserci proprio questo, in Italia.

Ci è sempre mancata una cultura del leggere che entri nelle strade, e che sappia dare supporto a quella produzione letteraria (che comunque c’è) che lotta per la sua sopravvivenza e per la sopravvivenza di chi ancora ha la forza di lottare. Ma che forse non potrà farlo più a lungo, se lasciata sola.

Altrove, Letteratura è divenuta ogni cosa, anche fuori dai libri. Il mondo scritto ha saputo conquistarsi spazi anche al di là delle pagine stampate, divenire elettronico, se necessario, entrare nei bar, invadere i cinema, usare tutti gli stumenti di cui oggi ci si può dotare, inclusa ogni tecnologia in grado di veicolare le parole. Così, anche, si nutre la capacità di scrivere una storia.

Ma qui?

Se il centro del mondo sta poco elegantemente crollando (e come tutti i centri in sfacelo irrigidisce e acuisce i suoi strumenti di controllo) le periferie hanno il potere di risorgere, di resistere, di rivendicare il proprio diritto a raccontare.

Tutto sta che ci sia ancora qualcuno là fuori disposto ad ascoltare.

Giugno 27, 2010

No BAVAGLIO: Il 1° luglio 2010 a Roma, dalle ore 17, in piazza Navona

Author: iQuindici - Categories: Libertà Digitali - Tags:

TRENTA ASSOCIAZIONI DI FRONTIERE DIGITALI PARTECIPANO ALLA MANIFESTAZIONE DEL PRIMO LUGLIO A ROMA

Comunicato stampa
Frontiere Digitali
26/06/10

CONTRO I TAGLI E I BAVAGLI
ALLA CONOSCENZA E ALLA CULTURA
NO AL DDL INTERCETTAZIONI
NO AL SILENZIO DI STATO

Il 1° luglio 2010 a Roma, dalle ore 17, in piazza Navona
Una grande mobilitazione per dire no al disegno di legge Alfano, che ostacola il lavoro di magistrati e giornalisti e rende i cittadini meno sicuri e meno informati; per dire no ai tagli alla cultura italiana previsti dalla manovra economica.
Una manifestazione per far sentire che non può essere sottratto al Paese il racconto di vicende giudiziarie di rilievo pubblico, pur nel rispetto del diritto delle persone alla riservatezza; per respingere gli interventi punitivi ai danni della produzione culturale e salvaguardare il diritto dei cittadini alla conoscenza; per contrastare il pericolo di chiusura di testate giornalistiche colpite dall’indiscriminata riduzione dei fondi pubblici; per tenere accese le luci dei media sul mondo del lavoro e sui drammatici effetti della crisi.
Un’iniziativa a difesa della Costituzione, per dare voce ai tanti soggetti e temi che rischiano l’oscuramento.

*Comitato per la libertà e il diritto all’informazione e alla conoscenza*

http://www.fnsi.it
http://nobavaglio.it


Cos’è *Frontiere Digitali* - Frontiere Digitali è uno spazio di libera auto-organizzazione di persone e opinioni e nasce a Roma (Italia) nel dicembre del 2005, per promuovere i diritti e le libertà digitali

http://www.frontieredigitali.net

 

Giugno 2, 2010

A chi non intende tacere sui Cie

Author: iQuindici - Categories: Sassolini - Tags: , ,

Sta circolando in questi giorni un appello proposto dal sito NoCie. Ci è sembrato importante e vogliamo aderire.

A coloro che intendono schierarsi apertamente, in maniera netta e senza ambiguità, per la chiusura definitiva dei Centri di identificazione ed espulsione, strutture che rappresentano concretamente il simbolo più evidente della negazione dei diritti – primo fra tutti quello della libertà personale – nonché momento estremo del controllo sociale.

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Giugno 1, 2010

Silenzio: il nemico ci ascolta!

Author: iQuindici - Categories: Libertà Digitali

Il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d..L. 733) tra gli altri con un emendamento del senatore Gianpiero D’Alia (UDC) identificato dall’articolo 50-bis: /Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet;

Il testo approderà alla Camera diventando l’articolo nr. 60.

Il senatore Gianpiero D’Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo e ciò la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della”Casta”.

In pratica in base a questo emendamento se un qualunque cittadino dovesse invitare attraverso un blog a disobbedire (o a criticare?) ad una legge che ritiene ingiusta, i /providers/ dovranno bloccare il blog.

Questo provvedimento può far oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all’estero; il Ministro dell’Interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può infatti disporre con proprio decreto l’interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

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