Il 2 ottobre all’Institute of Germanic and Romance Studies dell’Università di Londra si è tenuta la conferenza “The Italian perspective on metahistorical fiction: The New Italian Epic”, presenti Wu Ming 1, i membri fondatori di Scrittura Industriale Collettiva Vanni Santoni e Gregorio Magini ed alcuni esponenti della diaspora intellettuale italiana. Ordine del giorno: lo stato dell’arte della nuova narrativa metastorica italiana, meglio conosciuta come New Italian Epic. Un tema che ai più, messo giù così, può evocare seghe mentali da intellettuali oziosi. Invece, come ha ben dimostrato la tensione emotiva sprigionatasi dopo gli interventi di Wu Ming 1 e dei SIC (che, oltre ad essere autori di un progetto molto interessante in rete, hanno una verve non da poco), gli argomenti affrontati hanno toccato nervi scoperti, ma senza rigirare un coltello ormai poco affilato in una piaga più che purulenta. Au contraire: passando garza e filo, perché quella piaga si possa finalmente rimarginare. Gli interventi degli altri relatori verranno pubblicati prossimamente nella sezione in rete interamente dedicata al New Italian Epic.

Tornando all’elemento emotivo: il NIE non è robetta da farci due risate. Non è teorizzazione da quattro soldi su cui costruire farlocche carriere accademiche condite da pubblicazioni evanescenti. Il NIE siamo noi, è il mondo in cui viviamo, sono i problemi che affrontiamo ogni giorno. In ogni narrazione metastorica c’è il nostro ambiente, la transizione che ci troviamo ad affrontare senza appigli e senza neppure la possibilità di gettare uno sguardo nostalgico indietro, perché quello che c’è indietro, se vogliamo dirla tutta, sarebbe meglio proprio non tornare a riguardarlo. Non per eternare il rimosso, per carità. Ma per guardare avanti, per farsi strada, anche se a tentoni, in un futuro apparentemente inesistente, ma in realtà da fondare, da costruire. E questo è emerso nel corso dell’accesso dibattito: l’urgenza di costruire un futuro diverso mattone su mattone, pietra su pietra, con materiali e con collanti nuovi, con uno sguardo fraterno, senza colpi di spugna, ma passando al setaccio l’arena per recuperare le pepite, e lasciando la zavorra al fiume, che se la porti via l’acqua, perché a noi, davvero, non serve più.

Oltre alla discussione accademica, gran scorpacciate di cibo indiano e thai, una Londra allegrotta nonostante i frammenti di banche un po’ dappertutto (d’altronde a Londra si beveva il tè anche sotto i bombardamenti: storiella a cui nessuno più crede, tanto meno i londinesi), una specie di ritorno a casa (A Sort of Homecoming, per citare degli U2 di annata) per noi emigranti della cultura, che solo a sentire parlare italiano ci viene il magone.

In definitiva: un appuntamento importante che ha di fatto trasferito sulla piattaforma accademica la discussione più coinvolgente degli ultimi anni.

ClaudiaB