Di rado, e solo in caso di guerra civile, si sente parlare di N’Djamena.

Il primo impatto con la capitale del Ciad l’ebbi nelle mie frequentazioni con Dialogo NordSud. La rivista di Michele Achilli ne raccontava durante la guerra tra Libia e Ciad e quando si interruppe la pubblicazione, lontana dal tempo di internet, per mesi mi sono presentata in edicola sperando di ritrovarla sugli scaffali, come una Elettra sulla tomba del padre.

Andai successivamente a N’Djamena, altre occasioni, altri interessi, con però impresse nella memoria le fotografie ipnotiche dell’esercito di Hissène Habré, sulle camionette a fucili spianati. Ora non visito N’Djamena da tanto tempo e rileggo Viaggio al Congo e Ritorno dal Ciad di André Gide, che nel 1927 scriveva “Fort Lamy. Com’è brutto! E come è triste!”.

Che destino… dopo circa quarantacinque anni la città cambia nome, le ci si rivolge come ad una donna, i 9000 abitanti di allora sono diventati quasi un milione e nonostante la preferenza incondizionata che provo per N’Djamena, resta davvero una delle più brutte città che abbia mai visitato.

I primi giorni a N’Djamena solitamente li ho trascorsi ospite in una casa di suore giapponesi (non scherzo), in uno stabile nel centro della capitale che serve da anni viaggiatori verso missioni religiose, alla ricerca del senso della vita, lavorando a progetti di cooperazione, aiuti. Facendo parte anche io di questa genìa di globe trotter infusa di ideali umanitari e dovendo in genere attendere una macchina che mi portasse nel sud del paese, ero solita bivaccare nel recinto della casa, discorrendo con gli altri ospiti, tutti bianchi, tutti ispirati, rapita dalla varietà dell’esistenza.

Una sera converso a lungo con i medici Ambrogio e Mario, di stanza a Goz Beida, che ritrovo successivamente sia a N’Djamena e sia su diversi reportage, quando la pressione degli oltre 250.000 rifugiati dal Darfur ha reso quell’avamposto dimenticato da Dio il centro di interessi tragici. I due medici non ricorderanno certamente me, una confusa e piuttosto stupida idealista, indistinta tra le decine di volontari, ma io sì che li ho ben presente. La notte che segue è ancora lontana dalla ferocia dei Janjawid che modificherà gravemente gli assetti ad est del Ciad, ma per la mia mente quella notte è testimone come di una osmosi. Sarà che la trascorro a vomitare il polpettone preparato dalle suore, quello del venerdì sera. Sarà che così mi trascino tra il letto e il bagno, schiacciata dal cigolio ossessivo delle pale sul soffitto, sarà che vomito l’anima e che pure ascolto la mia vicina di letto, medico, anche lei per un breve periodo in Ciad, raccontare dei suoi progetti di lavoro nell’ospedale a Goundi e che mi propone delle pastiglie per fermare il vomito, che non prendo. Sarà che sono febbricitante e ho quasi le allucinazioni.

Giaccio sulla branda di ferro, sudata e impaurita dal dolore allo stomaco, nella città immersa nel buio ascolto branchi di cani darsi il verso l’un l’altro attraverso i quartieri, marcando le strade, guaendo senza pausa. Un attimo il silenzio, poi qualche ringhio e in un crescendo di latrati capisco che a un manipolo di randagi si sono aggregati altri cani e posso immaginarli, padroni assoluti delle strade, fiancheggiate invece che dai marciapiedi dalle fogne a cielo aperto. L’eco del loro girovagare notturno mi riconsegna l’abbandono in cui versa N’Djamena, che in quella notte mi appare più che mai desolata. Li seguo spostarsi in branco da una parte all’altra della capitale, sono turbata al pensiero di chi, chiuso nelle precarie dimore, deve difendersi anche da questo.

Quei cani di N’Djamena che hanno abbaiato in continuazione fino all’alba mi rimandano alla barbarie non solo del Darfur, ma delle guerre civili che la città ha subito ripetutamente anche dopo Habré, come fosse una profezia di morte e di abdicazione. Così come il nostro Governo sta abdicando oggi, approvando in Senato la riduzione dei contributi italiani alla missione in Darfur, a favore della presenza in Afghanistan.

“Fort Lamy. Com’è brutto! E come è triste!”.