Ho riletto Il Cromosoma Calcutta, scritto nel 1995 da Amitav Ghosh.
Il romanzo fantastica su un intreccio tra le pionieristiche ricerche sulla malaria alla fine del 1800 e l’ipotesi che la scoperta dei meccanismi di trasmissione della malaria attraverso le zanzare del genere anopheles fosse già avvenuta. Da una parte la scienza “ufficiale”, quella delle università, dei premi Nobel e pure delle contrapposizioni, dall’altra una scienza silenziosa, parallela, esoterica, con un progetto indicibile: sviluppare il cromosoma Calcutta, che ovviamente non rivelo cosa sia.Tanti anni dopo, la lettura si è fatta appena più critica (di quindicina?) e non mi convince il tono querulo del discorrere di Murugan, uno dei protagonisti della storia, che più che pervaso da un’idea fissa, pare dialogare in una serie tv di polizieschi americani. D’accordo, sono dichiaratamente amati dallo stesso, secondo la biografia riportata dallo strepitoso computer Ava, tuttavia battute come “Per i successivi trentaquattro – l’intero periodo in cui Ron lavorò sulla malaria – Lutchman gli sta appiccicato addosso come un deodorante” non sembrano appartenere ad un cosmopolita come Murugan, seppure formatosi negli Stati Uniti… quel Ron di cui parla poi è il dottor Ronald Ross, Nobel per la Medicina nel 1902.
Eppure la seduzione di Cromosoma Calcutta si è fatta più matura e intrigante.
Gli anni di ricerca in India tra il 1895 e 1898 del dottor Ronald Ross, sono raccontati in contemporanea con altre vicende accadute sia prima delle scoperte di Ross, che successivamente e persino nel futuro. Un futuro già oggi più vicino a noi ma non ancora del tutto, rappresentato dal magnifico computer Ava, nome dalle suggestioni kubrickiane, in grado di rivolgersi al suo “utente” egiziano Antar in dialetti dimenticati persino da lui, un computer che decodifica intere esistenze a partire da un frammento isolato e che porta le persone in casa attraverso degli ologrammi…
Si dispone di questa avanguardia informatica, ma Amitav Ghosh stempera le fughe in avanti dell’uomo tecnologico, riproponendo un orizzonte umano fatto di abitudini semplici, come una passeggiata alla Penn Station di New York, accompagnandoti in quei bar illuminati al neon, dove tu ti fermeresti per un caffè solo con davanti altre venti ore di viaggio, e che invece sono bar dove clienti abituali fanno circolare informazioni. Certo sono clienti speciali, nulla a che vedere coi colletti bianchi o impiegate di corsa con ai piedi le scarpe di ginnastica e in borsetta quelle col tacco, in corsa verso i binari del treno verso casa.
E’ nel bar in Penn Station che vengono alla luce alcuni dei tanti personaggi chiave del romanzo, ed è nel procedere della storia che ci si rende conto che Kubrick è lontano dalla mente di Ghosh, che forse Ava è una citazione voluta e casualmente felice, ma attorno a quel computer dal nome che cattura, insieme ad Antar, c’è Tara, osservata dalla finestra sul cortile e qui le associazioni al cinema potrebbero continuare, fortuna che il film Avatar è uscito quattordici anni dopo questo singolare romanzo.
L’Avatar di Ghosh infatti è quello della tradizione vedica, è la manifestazione in forma corporea della divinità, e per capire cosa ci azzecca nella storia si deve passare da Calcutta, una città di ambizioni, di classi sociali che mai si confonderanno, di cinema (ancora) e di letteratura.
Le suggestioni da cinematografiche si fanno più intense, più interne, più profonde.
Ghosh fa tutto questo servendosi principalmente della voce di Murugan e della sua possessione, un tarlo che sembra averlo colpito come un virus, un’ossessione carica di fatalità, come ogni delirio di onnipotenza può diventare.

Nel romanzo, le ricerche sulla malaria e il discorso sul parassita che vive nel sangue dell’uomo, sono trattati con una provocazione di fondo, che è la libertà nella precarietà del corpo, un corpo che può essere malato, perché attaccato dal parassita, e al tempo stesso onnipotente. E’ vero, c’è nel romanzo una manipolazione che innalza il plasmodium falciparum a status di cromosoma, ma estendendo il concetto ed estraniandoci dalla storia, l’idea che da un parassita si possa generare la vita è per me magnetica. E’ come una discesa verso il nucleo della vita stessa.
E’ proprio quando viene invischiata nella trama del dottor Ross che a Urmila, giovane giornalista dalle grandi speranze del “Calcutta”, si rivela una verità profonda. Al riparo della pioggia vicino a Murugan “seduta lì, sotto quella tettoia piena di buchi, con odore di merda dappertutto”, lei che doveva intervistare il ministro delle Comunicazioni e preparare il pesce per il fratello indolente, ha la sensazione di essere in una provetta: “probabilmente ci si sentiva così, sapendo che da questa parte del vetro stava per accadere qualcosa, ma dall’altra parte no; che c’era un muro tra te e il resto del mondo” , la percezione della nuclearità della trasformazione che nella vita dell’uomo raramente è resa possibile.
L’attacco da parte di un batterio o di un virus rappresenta una minaccia per l’uomo e così viene interpretato e gestito nella nostra cultura, garantendoci una sopravvivenza di genere; tuttavia la provocazione di Ghosh è irresistibile perché compenetra la superiorità intellettuale dell’uomo con la potenza replicativa dei virus.
L’immagine del laboratorio di ricerca del dottor Ross dell’Indian Medical Service, una casetta circondata dal verde in una Calcutta segreta, è anch’essa un’intuizione che le dimensioni del sapere non sono sempre così scontate come noi vorremmo credere.