Attraversano in lungo e in largo l’Italia passando da palchi di teatri ad angoli bui di osterie, dalla desolazione delle terre del sud alle nebbiose campagne del nord. La loro carovana “gitana” irradia gli spazi di una musica vivace, fresca, efficace e irresistibilmente coinvolgente.

Stiamo parlando dei Rein un gruppo che si è fatto conoscere per spontaneità, umiltà e bravura nel panorama musicale italiano. Lo ha fatto con determinazione e coraggio credendo nel copyleft e nella diffusione orizzontale della propria arte maturando, così, un successo che viene spontaneamente del basso. Noi de iQuindici li abbiamo voluti contattare per parlarci della loro esemplare esperienza.

A rispondere alle nostre domande c’è Gianluca Bernardo voce e autore dei Rein

Inanzi tutto ciao Gianluca e grazie per tua disponibilità. Ci dici un po’ chi sono i Rein? Che storia hanno?

Ciao e grazie a voi! I Rein sono un gruppo “sopravvissuto” al vortice di band più o meno improbabili che ruota attorno ad ogni liceo che si rispetti. Abbiamo iniziato a suonare con un nome molto simile a quello attuale quando avevamo 15 anni, nel 1999, poi col tempo sono venuti i dischi. Ma tutto nacque da un iniziale esigenza adolescenziale che molti musicisti ed ex musicisti conoscono perfettamente. L’unica cosa strana è che, a differenza di tutte quelle “band”, noi non ci siamo mai sciolti. Siamo cresciuti nell’ambiente culturale alternativo romano, che era e resta una fonte inesauribile di stimoli e di spunti. Attorno al 2005, in occasione dell’uscita del nostro primo e precoce disco, ci siamo avvicinati al mondo della cultura libera, che ai tempi orbitava attorno ad un locale di San Paolo, il Linux Club. In quegli anni, inoltre, completammo la formazione del nostro baricentro artistico, unendo la musica folk e popolare, molto presente in quei mesi tra le radio e tra gli amici, agli ascolti rock e punk che avevano segnato gli anni precedenti

Ci spieghi cosa significa o cosa intendete voi con la parola Patchanka?

È un neologismo che ha una ventina d’anni. Esce dalla testa vulcanica di un artista che, a nostro giudizio, ha dominato una certa concezione della musica e che risponde al nome di Manu Chao. All’epoca c’erano i suoi Mano Negra che anticipando per molti aspetti i tempi, recepirono e somatizzarono la world music, sposandola con gli altri generi allora affermati. Era postmodernità: il nongenere come somma di generi, la globalizzazione come linguaggio e non come minaccia. Le orchestrine francesi mischiate al rap magrebino, le trombe messicane a certo country blues e così via. Il tutto con una coerenza di fondo, che è IL messaggio: il fatto che non uscisse fuori un’accozzaglia inascoltabile, ma una musica con un’anima fu sicuramente una scoperta. Noi abbiamo cercato di offrire la nostra versione di questo che è evidentemente più un atteggiamento mentale che non un genere. Il risultato è stato Occidente, che un disco di patchanka come la intendono i Rein.

In un panorama trasudante di musica effimera da “consumo” il vostro patchanka d’autore è una perla idealistico-romantica veramente preziosa. Le vostre canzoni parlano mai banalmente di guerra, di miseria, di sconforto ma anche di amore, di gioia di vivere , di riscatto e di speranza. Spicca il fatto che voi, a differenza di molti altri artisti, sembra che abbiate un messaggio da dare, che vogliate far riflettere la gente. In questo senso per voi fare musica è anche, almeno in parte, una missione “sociale”? Voi vi sentite caricati di questa responsabilità? La musica, ma anche l’arte in generale, può cambiare le cose?

Oh! intanto ti ringrazio per queste belle cose che mi dici. In realtà non ci sono “missioni” dietro la creazione di canzoni, non per me almeno, che le canzoni le ho scritte. Direi, piuttosto, che c’è un innamoramento di fondo della possibilità di comunicazione tra le persone. Prima ancora dell’umanità c’è un amore verso la sensazione di empatia che può, di tanto in tanto, instaurarsi tra le persone, spesso più isolate che sole. Le canzoni, a volte, hanno questa capacità. É quello strano, magico, meccanismo per cui ci capita a volte di sentire un testo, o una canzone in generale, e di riconoscerlo come nostro, di “sentirlo”: altro non è, a mio parere, che una forma di unione molto potente che c’è tra simili – perché siamo simili – e che la musica può evocare e provocare. É questa la “missione sociale” che al più si può accreditare ai nostri dischi. Del resto non credo che in Rein aggiungano nulla di nuovo a quanto tanti scrittori, musicisti e intellettuali, in passato e anche oggi, hanno già detto e ripetuto, sicuramente meglio di noi. Forse c’è una riflessione di fondo sulle dinamiche del potere, quasi uno strizzare l’occhio ad un certo pensiero “libertario”, ma non credo che questo basti per dire che i Rein sono un gruppo “politico” nel senso stretto del termine, né penso che questo rielaborare sia particolarmente profondo o significativo. Molto semplicemente io rispondo alle sollecitazioni che incontro uscendo per strada, leggendo libri, giornali e, più in generale, confrontandomi con un modello di società che ha tutte le mancanze e le contraddizioni che sono sotto gli occhi di tutti, credo… spero!

Mi rivolgo a te come autore dei testi: esiste qualche poeta, scrittore o intellettuale che ha particolarmente contribuito alla tua forma mentis?

Fabrizio de Andrè è stato un caposaldo. Senza di lui non mi sarei mai messo a scrivere. Mi affascinava e mi affascina tutt’ora la sua straordinaria capacità di rivestire di umanità poetica e di poesia umana ogni aspetto della vita. Le canzoni di De Andrè trasudano umanità e amore “laico” per gli umili, che sono in ultimo i veri vincitori della vicenda umana. La “pietà” di de Andrè è incredibilmente moderna, in quanto supera la pietà cattolica, che assomiglia piuttosto al compatimento, e si presenta priva di una morale. É un modo di vedere le cose. Se cresci sentendo “se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”, cambia anche il modo che hai di vedere il prossimo, o almeno ci si prova.
L’altro grande che in tempi più recenti ho iniziato ad approfondire è stato Pierpaolo Paosolini. La sua lucida, lungimirante, spietata critica alla società del consumo, chiamata “fascista” per la sua insuperabile capacità di distruggere la tradizione popolare, omologando e umiliando un paese ricco di saggezza e storia, mette i brividi. Pasolini seppe scorgere i segni di una crisi culturale che sta sbocciando in pieno solo in questi anni, un po’ come fece il Dylan di Desolation Row in altri contesti, dissacrando il modello positivista della borghesia americana-occidentale (come dimenticarsi T.S. Eliot e Ezra Pound che “combattono sulla torre di comando”?). Il boom economico, l’idea del progresso infinito, la distruzione della società contadina per far nascere quella industriale che avrebbe offerto a tutti un modo “per lavarsi in casa senza andar giù nel cortil” avevano il loro lato marcio e rappresentavano un grande bluff nel cui epilogo rischiamo di sprofondare noi, oggi, figli di quei padri poco ascoltati, o ascoltati male.
Ci sono poi molti altri autori, ma inizierei a diventare più prolisso di quello che già sono – ed è già troppo!

E musicalmente?

Eh, qua sarò più “estensivo” e meno “intensivo”. Sicuramente ci sono le varie anime che sono fuse tra loro, ossia quella proveniente dal lato folk e quindi sicuramente Bandabardò, Parto delle Nuvole Pesanti, MCR, Gang e compagnia, ma anche Bregovic, la musica zingara degli Acquaragia Drom, la musica irlandese, quella balcanica e quella della tradizione meridionale italiana, dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare in poi. Sicuramente l’aspetto cantautorale è sempre presente, e mi riferisco principalmente a De Andrè e De Gregori, ma anche ad altri personaggi considerati, non sempre con giustizia, “minori”. Su questo nucleo più acustico abbiamo poi innestato tutti gli ascolti rock e punk tirato dentro in tanti anni. Importantissimi sono stati i Clash e i Mano Negra – Manu Chao, molto presenti anche gli stilemi della musica inglese sia del vecchio beat degli anni ‘60 sia nella “riedizione” degli anni ‘90, ma anche l’elettronica, la psichedelia, molto molto reggae e così via… si parlava di patchanka, no?

Voi avete prima realizzato un prodotto qualitativamente notevole poi avete deciso di farlo “volare” tra la gente gratuitamente ma tutelato dalle licenze CC, attraverso il meccanismo della libera condivisione. E’ una scelta che noi de iQuindici riteniamo condivisibilissima, giusta e indubbiamente coraggiosa ci spieghi un po’ come l’avete maturata?

La rete è sicuramente lo strumento in grado di superare la galera culturale in cui l’analogico ci sta rinchiudendo da decenni. Grazie a internet è possibile, finalmente, far viaggiare i contenuti e dare nuova linfa ad una cultura diversa da quella dominante, che non mi preoccupa definire “di regime”. Utilizzare le licenze CC è un passaggio abbastanza obbligato per chi sceglie di avvalersi di questo strumento promozionale e comunicativo. Entrammo in contatto con il mondo copyleft proprio frequentando il Linux Club. Est! il nostro EP del 2005, fu il primo lavoro pubblicato con queste modalità; all’epoca era una scommessa che, credo, si possa oggi considerare vinta, considerando la capacità che il nostro progetto, all’epoca completamente “artigianale”, ebbe di superare più di uno steccato, forse anche grazie a questa scelta di fondo. Si potrebbe obiettare che non è detto né dimostrabile che una scelta diversa ci avrebbe condannato a restare completamente sconosciuti ma, si sa, le vicende non si ricostruiscono con i “se” e non è più possibile separare la nostra di vicenda dalla decisione assunta allora, diventata a tutti gli effetti determinante.
C’è poi anche una motivazione “etica”: ogni scrittore, ogni musicista, ogni autore assimila per tutta la vita le opere che eredita dalla collettività, le rielabora e ne dà una propria versione, che è sicuramente sua, ma che è anche frutto di un ragionamento collettivo, svolto con strumenti collettivi che rispondono al nome di “cultura”. Restituire alla collettività una forma di fruizione libera di questa rielaborazione si presenta quindi come un fatto di giustizia. Non so dire se le licenze CC siano in assoluto il sistema migliore per garantire questa “restituzione” e al tempo stesso tutelare la sopravvivenza artistica ed economica dell’autore ma, sicuramente, ad oggi, sono l’unico strumento a disposizione che abbiamo trovato. Per il momento.

Economicamente sta pagando? Pensi che la strada del copyright/SIAE si sarebbe potuta rivelare più fruttuosa?

Si, purtroppo la strada del copyright sarebbe stata probabilmente più fruttuosa, anche se ripeto che non è veramente possibile stabilirle come sarebbe andata se avessimo fatto scelte diverse. Sicuramente non abbiamo potuto raccogliere molti soldi che ci spettavano. Questo è un fatto, non un’ipotesi. Il problema, il drammatico problema, è che attualmente, per una serie di conseguenze indirette, il copyleft annulla anche la possibilità di fruire di buona parte dei diritti economici: infatti, usando le licenze CC, pur concedendo la libera fruizione solo per aspetti non commerciali e lasciando intatti quelli commerciali che garantirebbero la sussistenza degli autori, nei fatti non essere iscritti alla SIAE – condizione al momento non aggirabile per rilasciare in CC – ci priva ogni volta della possibilità di riscuotere diritti e royalties. É la SIAE, infatti, che ha per legge il monopolio sulla riscossione dei diritti (si pensi ai passaggi in RAI e simili). Niente SIAE, niente riscossione. Chi pubblica in CC e non è iscritto SIAE è costretto, così, a rilasciare di fatto il proprio materiale per via gratuita anche a chi ne fa un utilizzo commerciale; in pratica acconsente al proprio sfruttamento… e non è giusto, non è quello che chiediamo e che rivendichiamo. Noi vogliamo che sia gratuito per il popolo, non per chi guadagna con la nostra musica. Attualmente è gratis anche per loro, nei fatti, e questo mina seriamente la sostenibilità economica dell’intera scelta. Il problema andrebbe risolto definitivamente dalla SIAE, che dovrebbe inserire le licenze CC nel proprio statuto, permettendo da un lato la libera circolazione senza scopo di lucro e svolgendo dall’altro il suo compito quando si tratta di raccogliere quel giusto – sacrosanto – frutto del lavoro artistico, per altro stabilito nero su bianco dalla Legge sul diritto d’autore.

Riuscireste, anche in virtù del vostro essere numerosi, a vivere di sola musica? E’ ipotizzabile, un domani, per voi scrivere “musicista” sulla vostra carta d’identità sotto la voce professione?

Non lo so. Non lo posso dire. Non dipende soltanto da noi. Dico solo che ce la metteremo tutta, fino in fondo.

«che un viaggio non è mai spostarsi ma è un atto d’amore tra te e la terra che incontri, tra te e la tua parte migliore».
L’essere nomadi, zingari mi sembra essere un elemento chiave dell’identità dei Rein Il vostro “verbo” non viene dall’alto ma si diffonde attraverso il meccanismo distribuzione orizzontale alimentata dal vostro pubblico. Quanto per voi viaggiare e cercare il contatto diretto con la gente è importante?

Sono molto affascinato dalla cultura zingara e dalla sua capacità di mettere in crisi i nostri valori perbenisti. La gente reagisce sempre in maniera scomposta di fronte ad uno zingaro, è interessante. Evidentemente questi innocui nomadi toccano qualche nervo scoperto… però devo anche dire che noi siamo dei borghesi, non degli zingari; né ci atteggiamo ad esserlo. Sarebbe da idioti. Altra cosa, invece, è la riflessione sul senso del viaggio e della progressiva perdita della “casa”, ossia del punto di partenza. Quello è un aspetto “filosofico” del “nomadismo” e forse, in certi momenti, ha interessato anche noi ed è lecito parlarne senza giocare a essere quello che non siamo…
Molti di noi hanno viaggiato parecchio, per conto proprio. Assieme abbiamo viaggiato altrettanto, suonando. Personalmente è stato il migliore insegnamento che abbia ricevuto. Trovarsi molto lontani da casa ti impone l’apertura mentale (ricordo che la lettura delle Lettere Persiane di Montesquieu mi aveva molto colpito ai tempi del liceo), relativizza in profondità le convinzioni che a casa propria sembrano incrollabili e ti aiuta ad elevare il punto di vista al di sopra del tuo orticello. Direi che è un modo di vedere le cose sotto una lente direi pre-antroplogica, e dico “pre” perché fondata più sull’intuizione che non sulla scienza. Questa lente, unita alle canzoni e ai libri dei Grandi che ti hanno segnato, un po’ appannata dal sole e dalla polvere, fa il resto. Ogni viaggio è un percorso ascetico e iniziatico. Ogni viaggio è rito e mito al tempo stesso, ogni viaggio è, appunto, “un atto d’amore” con e per la propria libertà. Molte canzoni sono state scritte a caldo, mentre la strada scorreva sotto i finestrini di un treno o sotto le ruote della Vespa, e credo si senta. Più in generale resta il ricordo di quella sensazione, che ricerchi sempre. Una cosa che scrissi in Corsica qualche tempo fa iniziava così:
“La quadratura del cerchio è là. Si va in quarta, coi giri medio bassi, il gas a filo. Poi si aprono gli orizzonti. Il granito rosso si scontra col cielo incattivito, violento. La strada è piccola, dissestata. Ci sei tu e la terra. L’asfalto grezzo corre veloce. L’andare misura le giornate e non viceversa.
La terra è troppo bella per non essere vista. Ha colori troppo forti per restare solo nelle fotografie. Ci sono punti in cui un solo chilometro vale mesi di vita inutile.
Se prendi una curva troppo veloce ti tocca scendere di corsa in terza, poi devi piegare un po’ la vespa e spostare il bacino nella parte opposta alla curva, per bilanciare il peso. Poi la curva finisce, il tornate si svuota e una nuova ampolla di una parte di mondo si apre davanti agli occhi. E infelice chi non brucia (…) chi non sente il rumore degli S83 sulla carreggiata sporca di terra, lo è chi non apprezza la bellezza della pioggia o l’imponenza delle nuvole che ribollono. Gli infelici si limitano a maledire il fatto che piova”

Parole belle, parole vere le tue, continua a scrivere! E sul vostro futuro che mi dici? Ci sono porgetti in cantiere?

Ti ringrazio!! Sì, continuiamo a lavorare e, in verità, non ci siamo mai fermati, neanche dopo il lungo tour degli ultimi due anni. In queste settimane stiamo ultimando le registrazioni del nostro terzo disco, che sarà dedicato ad un riflessione sulla società del consumo, in parte proprio partendo da una citazione di un cortometraggio di Pasolini, inserito già all’interno di Occidente, sul quartetto d’archi finale dell’omonima canzone. Uscirà a metà ottobre, quindi basta aspettare ancora qualche mese e restare collegati… connessi, anzi.

Abbraccerete ancora le Creative Commons per il vostro nuovo lavoro? Per distribuire il vostro lavoro vi siete avvalsi si Jamendo, che ne pensi? Lo utilizzerete ancora in futuro come piattaforma di distribuzione?

É altamente probabile, direi scontato. Come ti accennavo prima non ritengo che Creative Commons e Jamendo siano la migliore soluzione possibile, dico, piuttosto, che siano la migliore soluzione disponibile. Attualmente le licenze CC non sono integrate con i piani alti del mondo della musica: non posseggono forza espansiva e questo proprio perché tagliano a monte ogni rapporto con le normali etichette che, in alcuni casi, significa anche con la parte più professionale di questo ambiente, che è poi quella che fa la differenza. Noi facciamo una battaglia di libertà, è evidente, sia per noi che per i nostri ascoltatori, ma non siamo degli eroi e sbaglia chi lo dovesse pensare; però non siamo neanche dei coglioni! Tutta la questione, in realtà, è molto più “pratica” di quanto non si creda e, come molte questioni, ha i suoi limiti, i suoi confini, le sue regole di “sostenibilità”. Siamo ancora in condizione di sostenere questa causa, ancora per un po’. Ma se ci trovassimo di fronte al nostro suicidio artistico a causa degli attuali limiti del copyleft, credo che sarebbe comprensibile passare il testimone a qualcun altro, perché credo anche che chi ci segue voglia vederci fare altri dischi, piuttosto che inserirci da “morti”, nel palladio dei “Combattenti per la Libertà Digitale”. Ma questo non è un problema di oggi, non ancora.
Io non posso far altro che appellarmi alla SIAE perché la soluzione è tutta là – a meno di una riforma della legge sul diritto d’autore, chissà… un Lodo Apicella…. - e sono convinto che a breve la SIAE saprà integrare il principio copyleft al suo interno perché, molto semplicemente, è già la realtà e va solo fotografata. Spero che si sbrighino, non vorrei ritrovarmi tra 10 anni, tagliato fuori dal discorso, con la SIAE con tanto di logo CC sul sito, a sbiascicare livorosamente alticcio a Trastevere frasi del tipo “io lo dicevo, dovevano damme retta” etc etc. ORA, dannazione. ORA!
Per quanto riguarda JAMENDO che dire? È un contenitore, via via sempre più commerciale. Svolge un ruolo di “hub”, un “nodo nella rete” come dicevamo qualche tempo fa, anche se ormai credo che l’odore dei dollari e degli euro stia profumando anche le sue stanze… cioè dei suoi proprietari. Noi siamo in posizioni altissime in top 100 mondiale da oltre un anno, e vi assicuro che questo odore non l’abbiamo neanche intuito… e allora ti viene da dire: “certo che se stavo in SIAE, quando l’altro giorno sono passato in RAI, magari due bollette le pagavo e ci iniziavo a scrivere davvero “musicista” sulla carta di identità”. Insomma: un vero militante della cultura opensource non racconta né si racconta cazzate: quindi queste cose ce le dobbiamo dire: il principio è giusto, la sua applicazione ancora no, c’è moltissimo da fare: altrimenti si rischia semplicemente di cambiare il padrone, mentre noi siamo per la creazione di un sistema orizzontale, per cui confidiamo nel potere “democratico” della rete, fornita dei giusti mezzi. Ancora non ci siamo. Serve impegno e politica. Politica. Politica. Politica.

Grazie infinite per la tua disponibilità, noi de iQuindici, ti salutiamo e vi auguriamo un in “bocca al lupo” per la vostra carriera artisitca consapevoli e speranzosi che la vostra realtà possa contibuire a spingere la società verso una nuova visione della proprietà intellettuale, rinnovamento con cui il mondo culturale molto probabilmente sarà costretto a fare i conti.

«…menzogne potere e repressione, tra chi provava a cambiare e chi lasciava tutto com’è. I giusti hanno un volto ed hanno un nome e la storia non ha mai pietà»

Sito ufficiale dei Rein: http://www.rein99.it/

I Rein in Jamendo: http://www.jamendo.com/it/artist/Rein

Luca (iQ)