Da un articolo uscito su Vibrisse, intitolato “Un’idea di Nazione” (lo potete trovare qui: http://vibrisse.wordpress.com/2010/04/27/unidea-di-nazione/) si è sviluppato un acceso scambio di idee tra Marco Candida e due nostri quindicini sul reale valore della “cultura del doppiaggio” in Italia.

Di seguito vi riportiamo il primo intervento-risposta del quindicino Matteo, invitandovi a seguire il resto su Vibrisse.

Vorremmo infatti proporre, presto, un sondaggio on-line (magari insieme ad altri siti) sulla differenza tra una cultura del doppiaggio ed una dei sottotitoli. Come cambia l’approccio alle storie e la loro fruizione? E in quale maniera si ristruttura, in questo senso, il peso e l’influenza di una cultura su di un’altra?

Buona lettura e… stay tuned.

Ciao Marco, ciao Giulio,
io sono rientrato in Italia dopo quasi 5 anni di vita all’estero, non in USA ma tra Australia e Nuova Zelanda. Il risultato di questo lungo soggiorno e’ stato essere esposto alla produzione in lingua inglese (dagli States all’Inghilterra, dall’Australia alla Nuova Zelanda, appunto, fino al Sud Africa etc) in una maniera differente da quanto avveniva in precedenza. Guardavo David Letterman e altri show americani, ma anche show della bbc e serie televisive varie. Ho trovato che la dialettica che si instaura all’interno del “mondo in lingua inglese” e assai piu’ vivace di quanto avviene in Italia.Ne deriva anche una maggiore creativita’, un piu’ spiccato senso della sperimentazione e una piu’ forte certezza nella propria identita’.
Esempio.
Mi capitava di vedere House, e al telefono con mia madre scoprivo che anche lei lo seguiva. Stessa cosa dicasi per CSI, Desperate housewives, NCIS, Heroes, Lost, eccetera eccetera…. Ho cosi’ realizzato (cosa che avrei dovuto sapere gia’ da prima, ma che finche’ vivevo in Italia non avevo pienamente compreso) che moltissimi italiani seguono serie televisive che con l’Italia, la cultura, la tradizione, l’identita’ italiane non hanno nulla a che vedere. Cose che sono divenute parte del nostro immaginario senza essere state tratte dalla nostra vita quotidiana. Parlando con un amico sceneggiatore, poi, ho scoperto che la maggior parte di queste serie in Italia non sono fatte 1 per mancanza di soldi, 2 per assenza di coraggio (cosa ben piu’ importante). Infatti, verita’ risaputa, una serie come House o Lost non sarebbe mai accettata da nessun produttore nostrano, perche’ troppo fuori dagli schemi. (incredibile a dirsi, visti gli ascolti).
Concludo il mio ragionamento.
Di ritorno in Italia trovo una nazione priva di una identita’, in cui nessuno sa piu’ in cosa riconoscersi. Il panorama politico e il crollo delle ideologie sono semplici cartine di tornasole di un processo di “spersonalizzazione” cominciato anni fa, (Pasolini, esatto….).
Mia madre, insomma, senza realizzarlo (infatti tutti i protagonisti delle serie televisive sopra citate parlano un italiano perfetto), si nutre di qualcosa che non le appartiene, e di cui non fa parte. Vede un mondo in cui non vive ma si convince di esserne parte. Tante’ che non si accorge nemmeno, (non nel senso piu’ ampio del termine) che la nostra colazione e’ cappuccino e pasta e non bacon and eggs o pancakes. Accetta quello che vede senza filtri. Non si vede.
Mi e’ venuto in mente un esperimento, che qui propongo a mo’ di sondaggio on-line:
e se da domani tutte le serie televisive in lingua inglese smettessero di essere doppiate? Se si passasse d’un tratto ai sottotitoli. Se d’un tratto decine di casalinghe italiane scoprissero che le storie che ci vengono raccontate in televisione non ci parlano piu’ di noi, se ci trovassimo d’improvviso di fronte a ore e ore di programmazione in una lingua che non comprendiamo, canale dopo canale, ventiquattrore su ventiquattro, realizzeremmo finalmente la nostra mancanza di investimento nel nostro futuro? Ci accorgeremmo finalmente di quanto poco scriviamo o guardiamo o leggiamo storie che realmente ci appartengono?