Torno a casa dopo cinque anni di vita all’estero, lontano dall’Europa, nella piccola Inghilterra del Pacifico, così la chiamano la Nuova Zelanda.
Torno a casa dopo cinque anni di “no al nucleare”, di attenzione all’ambiente, di scarsa burocrazia, di trasparenza, di soddisfazione, di cemento armato assente e di opportunità.
Non è che torno a casa perché casa mi mancava (”torno per mio padre che non sta bene” continuo a ripetermi.)
Come molti emigranti avevo finito per chiamare “casa” ciò di cui un tempo neppure ero al corrente. Ho finito per riconoscermi negli spazi vasti, nelle vedute aperte ai respiri, nei cieli che ancora sanno sollevare gli sguardi. E mi sono ritrovato ad amare, riamato, i miti degli antenati polinesiani, le storie dei navigatori degli oceani a oriente, le cosmogonie maori e l’effervescenza di quel multiculturalismo già in atto che in Italia fa paura e che altrove è considerato risorsa irrinunciabile.
Ecco. Salgo sull’aereo, e torno a casa, con la consapevolezza di aver di nuovo imparato l’arte antica della fiducia nel futuro: qualcosa che avevo smarrito tempo prima nella terra dei miei padri.
Fiducia nel futuro, penso. Penso: “capacità d’immaginarsi il domani”.
Mi si dirà che è facile credere nel futuro quando si proviene da un paese con così poco passato. Che in fin dei conti, questo è ciò che fa dei Paesi del Nuovo Mondo quello che sono.
Come se una nazione tipo l’Italia, solamente per il fatto di trascinarsi sempre dietro tutto quel popò di secoli, abbia per questo più passato dell’adolescente Nuova Zelanda.
Trovare un’unità di misura su cui decifrare il valore e il peso di un passato, penso. Cosa ne fa una pietra da custodire in bacheca o un utensile d’uso quotidiano da portarsi sempre in tasca.
Discendo dall’aereo. Mi muovo con curiosità verso i treni. E mi sembra di capire, - di intuire dai discorsi e dai giornali che le persone portano sottobraccio - di essere appena tornato in un Paese che a forza di parlare di se stesso si è ritrovato a corto di cose da dire. E dove ci si può definire “meglio fascisti che froci” in prima serata, sulla televisione nazionale, per poi entrare, il giorno dopo come se nulla fosse, in Parlamento.
In cinque anni di vita all’estero – “avremmo voluto accoglierti di ritorno in un Paese migliore….” mi dice la signora che mi sta seduta di fronte nello scompartimento, abbassa la voce, sembra quasi vergognarsi – mi ero quasi convinto che aver contribuito a divulgare nel secolo breve la malattia della dittatura e l’umiliazione della libertà fosse già di per sé motivo sufficiente di vergogna per il futuro. La mia compagna (non italiana, ndr.) mi parla del “peso che sicuramente l’Italia ha” per aver combattuto così a lungo a fianco del nazismo. Non sa quanto lontano dal vero si muovano i suoi ragionamenti…
“Torno a casa,” mi ripeto. E nella babelica agitazione di Roma, mi domando quanto senso abbia un passato che non si è mai davvero deciso a passare. Che significato abbia un ricordo che non ha da tempo più la forza di ricordare.
E così risalgo in treno il Lazio, e su, su per la Toscana, lungo le vene arrugginite – ma di recente riverniciate – della “mia” terra, facendo a ritroso un viaggio che cinque anni prima mi avrebbe dovuto liberare dal fagotto macilento e infruttuoso dei secoli. Per insegnarmi nuovamente il talento bello del camminare.
Risalgo le periferie desolate, i campi arati, i segni della terra educata, le centrali elettriche, i depositi di macchine, i tratti d’allevamento sopravvissuti e le raffinerie luccicanti, i piccoli centri abitati, le vaghe linee delle navi sull’orizzonte. Supero i nuovi porticcioli, gli alimentari, i filari d’uva sui colli, le ciminiere in riga delle industrie e i cantieri navali. Civitavecchia, Grosseto, Livorno, Pisa. Mi si aprono davanti le campagne infinite e i borghi medievali, le pianure floride e gli abbozzi delle valli ferite, fino allo sbucare portentoso e decadente delle Alpi Apuane.
Mi domando quanto sia vero o meno che il passato debba informare di sé il presente; mi chiedo quanto non sia giusto, invece, l’esatto contrario:
Che debba essere il presente, il nostro ora, l’adesso, a dare un ruolo a ciò che è stato.
Fallita la nostra missione di saper ricordare, sembra anche essere venuta meno la capacità di saper immaginare. La gente che mi sta seduta a fianco, penso, non sa più chi è. O forse non l’ha mai saputo.
E io?
Io mi domando se abbiamo ricordato troppo, o troppo poco, o non abbastanza, o niente affatto, o se a forza di ribadirci il valore del passato l’abbiamo definitivamente privato del dono della parola.
Eccola l’assenza di presente. L’anoressia emotiva e il fastidio fatalista che mi sembra di cogliere attorno.
Rifarsi ai padri, ai nonni, agli zii, ai fondatori… questo mi è sempre stato insegnato: che le radici di un Paese sono nella sua storia.
Oggi che mi sembra di aver scoperto che neppure mio padre sa quali sono le sue radici, torno a casa col pensiero folle che è ad altro che occorre rifarsi.
Le radici esistono solo nel momento in cui sono da una generazione scelte, costruite, difese. Quando si formano per opera di una decisone giornaliera, una scelta che si compie ogni mattina, prima di alzarsi. E nella quale sta a noi riconoscerci o meno, a sera, prima di addormentarci. Una scelta quotidiana, penso.
Che se riconoscersi in ciò che è stato, qui non è più possibile, allora dobbiamo cominciare a riconoscerci in quello che al momento ancora non c’è. Dobbiamo imparare a riconoscerci in quello che sarà. In ciò che ancora non abbiamo. Che al momento non siamo più capaci d’essere.
Torno dalla Nuova Zelanda, da un Paese vecchio trecento anni e penso che se da domani le radici saranno i nostri figli, forse, cominceremo finalmente ad avere anche noi una Storia.
E scendo dal treno.
C’è mio padre sull’entrata della stazione ad aspettarmi.