Eddai su, tanto lo sapete che almeno una volta all’anno tocca a tutti. Che siate precari rassegnati o punkabbestia omologati, anche voi ce l’avrete una zietta illibata, un vicino ottuagenario con la brillantina, un cugino cinquantenne che vi pare un po’ ritardato. Anche voi, almeno una volta all’anno, sarete presi in trappola e dovrete dire le due ferali parole. Almeno alla zia, al vicino, al cugino.
Tanti auguri, già.
Li facciamo anche noi, tanti auguri, e non per bieco conformismo, ma perché ci sa che ne avremo un gran bisogno, nei mesi a venire.
Prima di tutto, doveroso e autentico, tanti auguri ai cento e fischia eroi del popolo che sono accorsi a darci una mano per leggere i manoscritti: grazie ragazzi, è bello sapere che ci siete.
Tanti auguri a tutti quelli di noi che si vedranno scadere lo squilionesimo contratto a progetto e questa volta dovranno andare a casa sul serio, e adesso sono ancora lì che un poco non ci credono, non ci possono credere, e figurati se può succedere a me, una cosa del genere.
Tanti auguri ai cassintegrati, costretti a fare i conti della serva su ogni bistecca, costretti a vergognarsi per un fallimento che non hanno provocato loro, unici a farlo di una piramide dai vertici sempre più ottusi.
Tanti auguri a quelli che tra noi hanno assistito intontiti agli eventi politici di quest’anno triste. A quelli che si sono ritrovati extraparlamentari in una notte. A quelli che non hanno avuto il coraggio di rispondere a qualche razzista da autobus e giustamente ancora se ne vergognano. A quelli che pensano da troppo tempo di non essere coinvolti e aspettano i cicli pietosi della storia per riprendere a respirare.
A tutti quelli che si sono chiesti dove fossero i forconi da impugnare per la presa del palazzo d’inverno, dove diavolo fosse il palazzo d’inverno, dove minchia fossero finiti tutti gli altri che avevano promesso di essere in prima fila.
Tanti auguri a noi, ma anche un po’ svegliamoci presto, per piacere…
PaolaR

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Il volo di Volodja
Signore quando a te arriveranno gli ultimi
scordàti pure dai crisantemi
arriveranno con passo celere
perché a crepare sono sempre i primi
e quando arriveranno gli inutili
tagliando finalmente un traguardo
e quando arriveranno i timidi
uccisi da un sorriso o da uno sguardo
e quando arriveranno le lucciole
con i calli sui tacchi e sul cuore
e chissà con quale animo
saprai parlare loro d’amore
e quando arriveranno i fradici
vomitando grappe da due lire
e ti offriranno gli ultimi spiccioli
per un penultimo bicchiere
allora tu, Signore, tu chiederai pietà
E quando arriveranno i fossili
che non è per dire ma han lavorato tutta una vita
si guarderanno intorno attoniti
perché — vacca miseria! — è già finita
quando arriveranno i fragili
con ancora in bocca il sapore del gas
e quando arriveranno i semplici
con il loro fustino di Dash
e quando arriveranno i musici
prigionieri delle loro chitarre
solo allora capiranno increduli
che quelle corde sono le loro sbarre
e quando passeranno i secoli
e da te non verrà più nessuno
perché di tutti quegli scrupoli
sapranno fare pure a meno
allora tu Signore chiederai pietà.
Vladimir Vysotsky
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