Maggio 13, 2010

canzonetta estemporanea

Author: iQuindici - Categories: Meankia

Per chi non lo sapesse, a Bergamo c’è l’adunata nazionale degli Alpini.
http://2010.anabg.it/

Questa canzonetta estemporanea è il mio omaggio alla gioiosa atmosfera cittadina:

Ma che bello, ma che bello
voglio fare anch’io l’alpino
e girare già ubriaco
alle otto del mattino.

Se si sa che sto arrivando
mettan fuori le bandiere,
e mi accolgan con la banda,
e mi offrano da bere.

Voglio andare nei locali,
pasteggiare col padrone
e per tutto pagamento
intonare una canzone.

Se tu porti sul cappello
una lunga penna nera
la tua mamma non si incazza
se non ti ritiri a sera,

se con abiti sdruciti,
vecchi di trent’anni fa
e scarponi un po’ sfondati
circoli per la città.

Sulla piazza principale
puoi piazzare la tua tenda
senza il rischio di una multa
né che il sindaco si offenda,

e attaccarti alla corrente
del lampione della luce
senza che ti dica niente
chi la compra o la produce.

Puoi pisciare dietro un albero,
e se passa una ragazza
lei non scappa urlando “aiuto”
quando le urli sulla piazza.

Babbo mamma polizia
e la pubblica opinione
ti fan fare tutto quello
che è vietato al fricchettone.

(Nota: mentre digito, sotto la mia finestra, un gruppo di alpini ‘mbriachi sta cantando “Vita spericolata” al karaoke)


Andrea 06.05.2010

Maggio 11, 2010

APPELLO AI SENATORI DELLA REPUBBLICA

Author: iQuindici - Categories: Libertà Digitali, iQinfo - Tags:

Trenta associazioni di Frontiere Digitali aderiscono all’appello per la libertà d’informazione

http://www.frontieredigitali.net/index.php/No_Bavaglio

Frontiere Digitali
Comunicato stampa
10/05/10

“La libertà è partecipazione informata”

Al Senato la maggioranza cerca di imporre la legge sulle intercettazioni telefoniche che scardinerebbe aspetti essenziali del sistema costituzionale.
Sono a rischio la libertà di manifestazione del pensiero ed il diritto dei cittadini ad essere informati.
Non tutti i reati possono essere indagati attraverso le intercettazioni e viene sostanzialmente impedita la pubblicazione delle intercettazioni svolte
Una pesante censura cadrebbe sull’informazione. Anche su quella amatoriale e dei blog (Art.28).
Se quella legge fosse stata in vigore, non avremmo avuto alcuna notizia dei buoni affari immobiliari del Ministro Scajola e di quelli bancari di Consorte.
Se la legge verrà approvata, la magistratura non potrà più intervenire efficacemente su illegalità e scandali come quelli svelati nella sanità e nella finanza, non potrà seguire reati gravissimi.
Si dice di voler tutelare la Privacy: un obiettivo legittimo, che tuttavia può essere raggiunto senza violare principi e diritti.
Si vuole, in realtà, imporre un pericoloso regime di opacità e segreto.
Le libertà costituzionali non sono disponibili per nessuna maggioranza.

Stefano Rodotà
Fiorello Cortiana
Juan Carlos De Martin
Arturo Di Corinto
Carlo Formenti
Guido Scorza
Alessandro Gilioli
Enzo Di Frenna

Facciamo sentire la nostra voce: http://bit.ly/cVcr10

Cos’è Frontiere Digitali - Frontiere Digitali è uno spazio di libera auto-organizzazione di persone e opinioni e nasce a Roma (Italia) nel dicembre del 2005, quale strumento collaborativo, per l’organizzazione della Settimana delle Libertà Digitali che ha avuto luogo dal 18 al 21 gennaio 2006. In seguito, il 28 marzo 2006, in occasione del convegno l’Innovazione necessaria: Creatività, cooperazione, condivisione, tante associazioni e singoli si sono incontrati confrontandosi sull’idea e sugli strumenti per sostenere e rafforzare questa rete di collaborazioni.
http://www.frontieredigitali.net

PS: iQuindici aderiscono a frontiereDigitali ed hanno sottoscritto l’appello!

Maggio 10, 2010

Il Cromosoma Calcutta

Author: iQuindici - Categories: Scritture

Ho riletto Il Cromosoma Calcutta, scritto nel 1995 da Amitav Ghosh.
Il romanzo fantastica su un intreccio tra le pionieristiche ricerche sulla malaria alla fine del 1800 e l’ipotesi che la scoperta dei meccanismi di trasmissione della malaria attraverso le zanzare del genere anopheles fosse già avvenuta. Da una parte la scienza “ufficiale”, quella delle università, dei premi Nobel e pure delle contrapposizioni, dall’altra una scienza silenziosa, parallela, esoterica, con un progetto indicibile: sviluppare il cromosoma Calcutta, che ovviamente non rivelo cosa sia.Tanti anni dopo, la lettura si è fatta appena più critica (di quindicina?) e non mi convince il tono querulo del discorrere di Murugan, uno dei protagonisti della storia, che più che pervaso da un’idea fissa, pare dialogare in una serie tv di polizieschi americani. D’accordo, sono dichiaratamente amati dallo stesso, secondo la biografia riportata dallo strepitoso computer Ava, tuttavia battute come “Per i successivi trentaquattro – l’intero periodo in cui Ron lavorò sulla malaria – Lutchman gli sta appiccicato addosso come un deodorante” non sembrano appartenere ad un cosmopolita come Murugan, seppure formatosi negli Stati Uniti… quel Ron di cui parla poi è il dottor Ronald Ross, Nobel per la Medicina nel 1902.
Eppure la seduzione di Cromosoma Calcutta si è fatta più matura e intrigante.
Gli anni di ricerca in India tra il 1895 e 1898 del dottor Ronald Ross, sono raccontati in contemporanea con altre vicende accadute sia prima delle scoperte di Ross, che successivamente e persino nel futuro. Un futuro già oggi più vicino a noi ma non ancora del tutto, rappresentato dal magnifico computer Ava, nome dalle suggestioni kubrickiane, in grado di rivolgersi al suo “utente” egiziano Antar in dialetti dimenticati persino da lui, un computer che decodifica intere esistenze a partire da un frammento isolato e che porta le persone in casa attraverso degli ologrammi…
Si dispone di questa avanguardia informatica, ma Amitav Ghosh stempera le fughe in avanti dell’uomo tecnologico, riproponendo un orizzonte umano fatto di abitudini semplici, come una passeggiata alla Penn Station di New York, accompagnandoti in quei bar illuminati al neon, dove tu ti fermeresti per un caffè solo con davanti altre venti ore di viaggio, e che invece sono bar dove clienti abituali fanno circolare informazioni. Certo sono clienti speciali, nulla a che vedere coi colletti bianchi o impiegate di corsa con ai piedi le scarpe di ginnastica e in borsetta quelle col tacco, in corsa verso i binari del treno verso casa.
E’ nel bar in Penn Station che vengono alla luce alcuni dei tanti personaggi chiave del romanzo, ed è nel procedere della storia che ci si rende conto che Kubrick è lontano dalla mente di Ghosh, che forse Ava è una citazione voluta e casualmente felice, ma attorno a quel computer dal nome che cattura, insieme ad Antar, c’è Tara, osservata dalla finestra sul cortile e qui le associazioni al cinema potrebbero continuare, fortuna che il film Avatar è uscito quattordici anni dopo questo singolare romanzo.
L’Avatar di Ghosh infatti è quello della tradizione vedica, è la manifestazione in forma corporea della divinità, e per capire cosa ci azzecca nella storia si deve passare da Calcutta, una città di ambizioni, di classi sociali che mai si confonderanno, di cinema (ancora) e di letteratura.
Le suggestioni da cinematografiche si fanno più intense, più interne, più profonde.
Ghosh fa tutto questo servendosi principalmente della voce di Murugan e della sua possessione, un tarlo che sembra averlo colpito come un virus, un’ossessione carica di fatalità, come ogni delirio di onnipotenza può diventare.

Nel romanzo, le ricerche sulla malaria e il discorso sul parassita che vive nel sangue dell’uomo, sono trattati con una provocazione di fondo, che è la libertà nella precarietà del corpo, un corpo che può essere malato, perché attaccato dal parassita, e al tempo stesso onnipotente. E’ vero, c’è nel romanzo una manipolazione che innalza il plasmodium falciparum a status di cromosoma, ma estendendo il concetto ed estraniandoci dalla storia, l’idea che da un parassita si possa generare la vita è per me magnetica. E’ come una discesa verso il nucleo della vita stessa.
E’ proprio quando viene invischiata nella trama del dottor Ross che a Urmila, giovane giornalista dalle grandi speranze del “Calcutta”, si rivela una verità profonda. Al riparo della pioggia vicino a Murugan “seduta lì, sotto quella tettoia piena di buchi, con odore di merda dappertutto”, lei che doveva intervistare il ministro delle Comunicazioni e preparare il pesce per il fratello indolente, ha la sensazione di essere in una provetta: “probabilmente ci si sentiva così, sapendo che da questa parte del vetro stava per accadere qualcosa, ma dall’altra parte no; che c’era un muro tra te e il resto del mondo” , la percezione della nuclearità della trasformazione che nella vita dell’uomo raramente è resa possibile.
L’attacco da parte di un batterio o di un virus rappresenta una minaccia per l’uomo e così viene interpretato e gestito nella nostra cultura, garantendoci una sopravvivenza di genere; tuttavia la provocazione di Ghosh è irresistibile perché compenetra la superiorità intellettuale dell’uomo con la potenza replicativa dei virus.
L’immagine del laboratorio di ricerca del dottor Ross dell’Indian Medical Service, una casetta circondata dal verde in una Calcutta segreta, è anch’essa un’intuizione che le dimensioni del sapere non sono sempre così scontate come noi vorremmo credere.

Canzoni che volano sulle ali del copyleft: i “Rein”

Author: iQuindici - Categories: Libertà Digitali

Attraversano in lungo e in largo l’Italia passando da palchi di teatri ad angoli bui di osterie, dalla desolazione delle terre del sud alle nebbiose campagne del nord. La loro carovana “gitana” irradia gli spazi di una musica vivace, fresca, efficace e irresistibilmente coinvolgente.

Stiamo parlando dei Rein un gruppo che si è fatto conoscere per spontaneità, umiltà e bravura nel panorama musicale italiano. Lo ha fatto con determinazione e coraggio credendo nel copyleft e nella diffusione orizzontale della propria arte maturando, così, un successo che viene spontaneamente del basso. Noi de iQuindici li abbiamo voluti contattare per parlarci della loro esemplare esperienza.

A rispondere alle nostre domande c’è Gianluca Bernardo voce e autore dei Rein

Read it all..

Maggio 3, 2010

Idea di Nazione, ma in quale lingua?

Author: iQuindici - Categories: Senza categoria

Da un articolo uscito su Vibrisse, intitolato “Un’idea di Nazione” (lo potete trovare qui: http://vibrisse.wordpress.com/2010/04/27/unidea-di-nazione/) si è sviluppato un acceso scambio di idee tra Marco Candida e due nostri quindicini sul reale valore della “cultura del doppiaggio” in Italia.

Di seguito vi riportiamo il primo intervento-risposta del quindicino Matteo, invitandovi a seguire il resto su Vibrisse.

Vorremmo infatti proporre, presto, un sondaggio on-line (magari insieme ad altri siti) sulla differenza tra una cultura del doppiaggio ed una dei sottotitoli. Come cambia l’approccio alle storie e la loro fruizione? E in quale maniera si ristruttura, in questo senso, il peso e l’influenza di una cultura su di un’altra?

Buona lettura e… stay tuned.

Ciao Marco, ciao Giulio,
io sono rientrato in Italia dopo quasi 5 anni di vita all’estero, non in USA ma tra Australia e Nuova Zelanda. Il risultato di questo lungo soggiorno e’ stato essere esposto alla produzione in lingua inglese (dagli States all’Inghilterra, dall’Australia alla Nuova Zelanda, appunto, fino al Sud Africa etc) in una maniera differente da quanto avveniva in precedenza. Guardavo David Letterman e altri show americani, ma anche show della bbc e serie televisive varie. Ho trovato che la dialettica che si instaura all’interno del “mondo in lingua inglese” e assai piu’ vivace di quanto avviene in Italia.Ne deriva anche una maggiore creativita’, un piu’ spiccato senso della sperimentazione e una piu’ forte certezza nella propria identita’.
Esempio.
Mi capitava di vedere House, e al telefono con mia madre scoprivo che anche lei lo seguiva. Stessa cosa dicasi per CSI, Desperate housewives, NCIS, Heroes, Lost, eccetera eccetera…. Ho cosi’ realizzato (cosa che avrei dovuto sapere gia’ da prima, ma che finche’ vivevo in Italia non avevo pienamente compreso) che moltissimi italiani seguono serie televisive che con l’Italia, la cultura, la tradizione, l’identita’ italiane non hanno nulla a che vedere. Cose che sono divenute parte del nostro immaginario senza essere state tratte dalla nostra vita quotidiana. Parlando con un amico sceneggiatore, poi, ho scoperto che la maggior parte di queste serie in Italia non sono fatte 1 per mancanza di soldi, 2 per assenza di coraggio (cosa ben piu’ importante). Infatti, verita’ risaputa, una serie come House o Lost non sarebbe mai accettata da nessun produttore nostrano, perche’ troppo fuori dagli schemi. (incredibile a dirsi, visti gli ascolti).
Concludo il mio ragionamento.
Di ritorno in Italia trovo una nazione priva di una identita’, in cui nessuno sa piu’ in cosa riconoscersi. Il panorama politico e il crollo delle ideologie sono semplici cartine di tornasole di un processo di “spersonalizzazione” cominciato anni fa, (Pasolini, esatto….).
Mia madre, insomma, senza realizzarlo (infatti tutti i protagonisti delle serie televisive sopra citate parlano un italiano perfetto), si nutre di qualcosa che non le appartiene, e di cui non fa parte. Vede un mondo in cui non vive ma si convince di esserne parte. Tante’ che non si accorge nemmeno, (non nel senso piu’ ampio del termine) che la nostra colazione e’ cappuccino e pasta e non bacon and eggs o pancakes. Accetta quello che vede senza filtri. Non si vede.
Mi e’ venuto in mente un esperimento, che qui propongo a mo’ di sondaggio on-line:
e se da domani tutte le serie televisive in lingua inglese smettessero di essere doppiate? Se si passasse d’un tratto ai sottotitoli. Se d’un tratto decine di casalinghe italiane scoprissero che le storie che ci vengono raccontate in televisione non ci parlano piu’ di noi, se ci trovassimo d’improvviso di fronte a ore e ore di programmazione in una lingua che non comprendiamo, canale dopo canale, ventiquattrore su ventiquattro, realizzeremmo finalmente la nostra mancanza di investimento nel nostro futuro? Ci accorgeremmo finalmente di quanto poco scriviamo o guardiamo o leggiamo storie che realmente ci appartengono?

Le radici sono i nostri figli

Author: iQuindici - Categories: Senza categoria

Torno a casa dopo cinque anni di vita all’estero, lontano dall’Europa, nella piccola Inghilterra del Pacifico, così la chiamano la Nuova Zelanda.
Torno a casa dopo cinque anni di “no al nucleare”, di attenzione all’ambiente, di scarsa burocrazia, di trasparenza, di soddisfazione, di cemento armato assente e di opportunità.
Non è che torno a casa perché casa mi mancava (”torno per mio padre che non sta bene” continuo a ripetermi.)
Come molti emigranti avevo finito per chiamare “casa” ciò di cui un tempo neppure ero al corrente. Ho finito per riconoscermi negli spazi vasti, nelle vedute aperte ai respiri, nei cieli che ancora sanno sollevare gli sguardi. E mi sono ritrovato ad amare, riamato, i miti degli antenati polinesiani, le storie dei navigatori degli oceani a oriente, le cosmogonie maori e l’effervescenza di quel multiculturalismo già in atto che in Italia fa paura e che altrove è considerato risorsa irrinunciabile.
Ecco. Salgo sull’aereo, e torno a casa, con la consapevolezza di aver di nuovo imparato l’arte antica della fiducia nel futuro: qualcosa che avevo smarrito tempo prima nella terra dei miei padri.
Fiducia nel futuro, penso. Penso: “capacità d’immaginarsi il domani”.
Mi si dirà che è facile credere nel futuro quando si proviene da un paese con così poco passato. Che in fin dei conti, questo è ciò che fa dei Paesi del Nuovo Mondo quello che sono.
Come se una nazione tipo l’Italia, solamente per il fatto di trascinarsi sempre dietro tutto quel popò di secoli, abbia per questo più passato dell’adolescente Nuova Zelanda.
Trovare un’unità di misura su cui decifrare il valore e il peso di un passato, penso. Cosa ne fa una pietra da custodire in bacheca o un utensile d’uso quotidiano da portarsi sempre in tasca.
Discendo dall’aereo. Mi muovo con curiosità verso i treni. E mi sembra di capire, - di intuire dai discorsi e dai giornali che le persone portano sottobraccio - di essere appena tornato in un Paese che a forza di parlare di se stesso si è ritrovato a corto di cose da dire. E dove ci si può definire “meglio fascisti che froci” in prima serata, sulla televisione nazionale, per poi entrare, il giorno dopo come se nulla fosse, in Parlamento.
In cinque anni di vita all’estero – “avremmo voluto accoglierti di ritorno in un Paese migliore….” mi dice la signora che mi sta seduta di fronte nello scompartimento, abbassa la voce, sembra quasi vergognarsi – mi ero quasi convinto che aver contribuito a divulgare nel secolo breve la malattia della dittatura e l’umiliazione della libertà fosse già di per sé motivo sufficiente di vergogna per il futuro. La mia compagna (non italiana, ndr.) mi parla del “peso che sicuramente l’Italia ha” per aver combattuto così a lungo a fianco del nazismo. Non sa quanto lontano dal vero si muovano i suoi ragionamenti…
“Torno a casa,” mi ripeto. E nella babelica agitazione di Roma, mi domando quanto senso abbia un passato che non si è mai davvero deciso a passare. Che significato abbia un ricordo che non ha da tempo più la forza di ricordare.
E così risalgo in treno il Lazio, e su, su per la Toscana, lungo le vene arrugginite – ma di recente riverniciate – della “mia” terra, facendo a ritroso un viaggio che cinque anni prima mi avrebbe dovuto liberare dal fagotto macilento e infruttuoso dei secoli. Per insegnarmi nuovamente il talento bello del camminare.
Risalgo le periferie desolate, i campi arati, i segni della terra educata, le centrali elettriche, i depositi di macchine, i tratti d’allevamento sopravvissuti e le raffinerie luccicanti, i piccoli centri abitati, le vaghe linee delle navi sull’orizzonte. Supero i nuovi porticcioli, gli alimentari, i filari d’uva sui colli, le ciminiere in riga delle industrie e i cantieri navali. Civitavecchia, Grosseto, Livorno, Pisa. Mi si aprono davanti le campagne infinite e i borghi medievali, le pianure floride e gli abbozzi delle valli ferite, fino allo sbucare portentoso e decadente delle Alpi Apuane.
Mi domando quanto sia vero o meno che il passato debba informare di sé il presente; mi chiedo quanto non sia giusto, invece, l’esatto contrario:
Che debba essere il presente, il nostro ora, l’adesso, a dare un ruolo a ciò che è stato.
Fallita la nostra missione di saper ricordare, sembra anche essere venuta meno la capacità di saper immaginare. La gente che mi sta seduta a fianco, penso, non sa più chi è. O forse non l’ha mai saputo.
E io?
Io mi domando se abbiamo ricordato troppo, o troppo poco, o non abbastanza, o niente affatto, o se a forza di ribadirci il valore del passato l’abbiamo definitivamente privato del dono della parola.
Eccola l’assenza di presente. L’anoressia emotiva e il fastidio fatalista che mi sembra di cogliere attorno.
Rifarsi ai padri, ai nonni, agli zii, ai fondatori… questo mi è sempre stato insegnato: che le radici di un Paese sono nella sua storia.
Oggi che mi sembra di aver scoperto che neppure mio padre sa quali sono le sue radici, torno a casa col pensiero folle che è ad altro che occorre rifarsi.
Le radici esistono solo nel momento in cui sono da una generazione scelte, costruite, difese. Quando si formano per opera di una decisone giornaliera, una scelta che si compie ogni mattina, prima di alzarsi. E nella quale sta a noi riconoscerci o meno, a sera, prima di addormentarci. Una scelta quotidiana, penso.
Che se riconoscersi in ciò che è stato, qui non è più possibile, allora dobbiamo cominciare a riconoscerci in quello che al momento ancora non c’è. Dobbiamo imparare a riconoscerci in quello che sarà. In ciò che ancora non abbiamo. Che al momento non siamo più capaci d’essere.
Torno dalla Nuova Zelanda, da un Paese vecchio trecento anni e penso che se da domani le radici saranno i nostri figli, forse, cominceremo finalmente ad avere anche noi una Storia.
E scendo dal treno.
C’è mio padre sull’entrata della stazione ad aspettarmi.