Aprile 3, 2012

post politico

Author: iQuindici - Categories: Meankia, Sassolini, Scritture - Tags: , , , , , ,

(nel senso che questo post è politico. Oppure che questo discorso è post-politico, viene dopo uno politico… vabbè, sono mbriaco di prima mattina)
Per motivi che non sto a raccontarvi mi trovo a scartabellare una raccolta dei discorsi parlamentari di un noto politico italiano. Ho trovato questo intervento che vorrei sottoporvi. Vi prego, non correte giù a cercare il nome dell’autore: leggete prima il testo, vi do solo l’inizio.

Dirò ancora una sola parola sulla questione del matrimonio delle telefoniste, perché sono convinto che essa dovrà tornar innanzi al Parlamento, per ragioni intuitive di senso morale. [Qui salto qualche riga] Si è poi creata una leggenda (io affermo senza dimostrare, perché il tempo non ci permette di discutere), si è creata una vera leggenda intorno alla incapacità al lavoro, che colpirebbe le telefoniste, dopo il matrimonio, durante la maternità.

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Dicembre 26, 2011

Noi stiamo con Femminismo a Sud

Author: iQuindici - Categories: Meankia, Sassolini, Scritture - Tags: , , , , , , , , , , , , , , ,

Arriviamo come sempre in ritardo, e a questo punto probabilmente la storia la sapete.
Il blog Femminismo A Sud ha pubblicato qualche giorno fa un post intitolato “Chi ha sdoganato Casa Pound” nel quale, tra le altre cose, presentava una lista di persone che avevano sottoscritto un appello in favore della libertà di manifestare di “Blocco studentesco” (emanazione studentesca di CasaPound).

Dopo che, pochi giorni dopo, è saltata fuori la lista nazista di quelli colpevoli di aiutare gli immigrati. E ovviamente a qualche bella testa è venuto in mente di dire che “la logica è la stessa, il linguaggio è lo stesso”. (anche tra chi è attento a tematiche femministe, come Marina Terragni)
Segue dibattito.

Palle, ovviamente. Primo, non è corretto dire che quella pubblicata da Femminismo a Sud sia “una lista dei nomi di quelli e quelle che hanno scelto di occuparsi di Casapound, che ne hanno scritto e ne hanno raccontato, quasi sempre non condividendone affatto l’impostazione politica e culturale. Quella lista può voler dire una sola cosa: questi giornalisti e intellettuali vanno individuati e “sanzionati” per quello che hanno scritto e detto, anzi, semplicemente per il fatto di avere scritto e detto, a prescindere dai contenuti.” In realtà, la lista era una lista di persone che non hanno “scritto” su CasaPound, ma hanno firmato un appello espressamente in favore dell’organizzazione e del suo diritto a manifestare le sue repellenti ideologie.
(mi ripugna linkare il sito di CasaPound, ma per amor di cronaca… [www.casapounditalia.org])

Secondo. Quand’anche fosse, il discorso è molto serio: certo che queste persone vanno inchiodate alle loro responsabilità. Se un tipo di Casa Pound è passato dalle idee di violenza alle pallottole è stato (anche, in parte) perché un mucchio di persone ha decretato che quelle idee avevano piena legittimità in democrazia. Qui non si discute del fatto di “raccontare il fenomeno” (com’è che diceva la Terragni? “altri ritengono che il fenomeno sia interessante e vada raccontato”). Si tratta di accoglierlo nel consorzio sociale. E, su questo, c’è poco da discutere: la parte da cui stare è una sola.

Io sto con Femminismo a Sud

Fin qui il pezzo che avevo scritto e sottoposto all’attenzione de* quindicin* qualche giorno fa (iQuindici postano al passo del cetaceo perché hanno una struttura profondamente democratica, ogni cosa va sottoposta alla discussione e approvazione ecc). Nel frattempo, però, son successe diverse cose in rete, e almeno una va detta: una dei giornalisti citati nel famoso post di Femminismo a Sud, Alessandra Di Pietro, ha pubblicato sul proprio blog il reportage sulle donne in CasaPound uscito su Gioia nel 2009. Certo, lamentarsi di essere esposta al giudizio di migliaia di persone perché il proprio lavoro è citato in un blog, dopo che lo stesso lavoro è pubblicato su una rivista che fa 200000 copie la settimana suona un po’ strano.

Altrettanto strane suonano le accuse di irresponsabilità, per aver esposto la giornalista alle rappresaglie “di una qualche testa calda che per sentirsi antifascista pensa di perseguitarmi (in rete, sotto casa, personalmente)“, ma da queste accuse le compagne di Femminismo a Sud si difendono benissimo da sole. (tra l’altro, quale delle due parti ha preso in mano una pistola e fatto una strage? CasaPound o chi li accusa?) Quello che invece mi preme sottolineare è come la Di Pietro rivendichi la propria storia personale come garanzia: “Io non sono fascista”, dice. E questo dovrebbe bastare a dimostrare che, pertanto, anche i suoi pezzi non lo siano.

Equivalenza errata, purtroppo. Se, in quanto giornalista, vuoi “raccontare il fenomeno”, di quel fenomeno devi cogliere la complessità. Specialmente se stai parlando di un movimento politico: i programmi, a parole, son tutti belli, se non sei tu cronista, con le tue domande, a far emergerne le contraddizioni. E invece la Di Pietro come se la cava? “Del fascismo storico abbiamo parlato poco, loro non ne avevano nessuna voglia.” Ah, ecco. Suppongo che anche se intervistassi Hitler, egli preferirebbe parlare della sua cinofilia e del suo convinto vegetarianesimo, piuttosto che dello stermino di milioni di persone. E Bernardo Provenzano? Anche lui un self-made man, dall’estetica retrò e di letture ricche ed eccentriche; se non sei tu a chiedergli conto dei bambini sciolti nell’acido e dei miliardi fatti con droga e traffico d’armi lui si presenta come uno che ha dato lavoro a tante persone e portato ordine nella sua città (tra l’altro, posti di lavoro dati a scapito di chi? Domanda che magari sarebbe carino farsi anche su CasaPound, il cui tanto lodato approccio sociale alla questione casa pare non sia stato esente da nepotismi - e comunque è indirizzato solo ai cittadini italiani).

Insomma, a maggior ragione se la Di Pietro non è fascista (e la sua storia personale - è vero - lo testimonia - io, da siciliano, ho una malata predilezione per la gente che scriveva sul primo Avvenimenti), il suo approccio modaiolo a un’organizzazione di fascisti, come se (ha detto qualcuno tra i commenti del suo blog) essere fascisti fosse una delle qualsiasi bizzarrie che si incontrano in una società libera, come l’ufologia o il free climbing - questo approccio, dico, manca i doveri del cronista. Si potrebbe rispondere che quello era l’unico approccio possibile su Gioia, che ospita articoli di costume e non inchieste di cronaca politica, o perlomeno la sua cronaca politica ha appunto un approccio da rivista femminile. Giustissimo, ma allora io obietto: te l’ha prescritto il medico di parlare di Casa Pound? Parla d’altro. Se porti i temi di “Godere” al pubblico di Gioia fai una grandissima operazione politica, se porti la fighetteria fascista esponi il fianco alla critica di essere non una “fiancheggiatrice”, come tu hai tendenziosamente scritto, ma una “sdoganatrice”, diceva il post incrimniato, di ideologie che facevano meglio a restare nella fogna.

E nemmeno vale, come hai fatto, continuare a sviare il problema: sì, ma se ci sono i motivi di chiudere CasaPound, perché dirlo adesso e non prima? E perché proprio CasaPound e non la Lega, non è altrettanto razzista la Lega? E non ci sono diecimila ragioni strutturali per cui il razzismo nel nostro quotidiano eccetera eccetera? Risposta: sì, giustissimo. E infatti Femminismo a Sud, iQuindici, e altre mille e mille piccole e grandi realtà di movimento si sono impegnate contro i fascisti adesso e anche prima, contro i fascisti dichiarati di CasaPound e anche contro quelli travestiti da neoliberisti o da regionalisti, contro le grandi azioni di governo e anche contro il piccolo sintomo nel linguaggio quotidiano.

D’altra parte, se giustamente osservi: “se un criminale si sente un eroe ad ammazzare due uomini neri non dobbiamo guardare solo al dito che ha premuto il grilletto ma anche a chi gli ha fatto credere che stava facendo qualcosa di giusto stando sbracato a sbraitare sulla poltrona di casa, sui sedili dell’autobus, per strada”, noi non possiamo che concordare. Solo, ci sembrava giusto farti notare che, tra quel “chi”, ci sei un po’ anche tu, che non gli hai detto “fai bene a sbraitare”, ma solo “quanto siete fighi quando sbraitate”.

Giugno 30, 2010

Una cultura del leggere che entri nelle strade

Author: iQuindici - Categories: Sassolini, Scritture

In un articolo di alcuni mesi fa Boris Groys sosteneva che la direzione presa dall’umanità conducesse verso un nuovo totalitarismo globale, un nuovo ordinamento e, secondo certi filosofi, addirittura verso una nuova politeia platonica.

A detta dello studioso, se nel ’900 sono state realizzate le aspirazioni utopiche del secolo precedente (coi risultati che tutti conosciamo) nel XXI sembriamo essere tornati indietro al XIX secolo: libero scambio globale, terrorismo, pirati, guerre coloniali, culto delle celebrità, fashion magazine. Le uniche differenze, sottolinea Groys, “sono i film al posto dei romanzi.”

Che ci si riconosca o meno in esse, le considerazioni di Groys si inseriscono in una più ampia gamma di interventi e studi che negli ultimi anni stanno cercando di analizzare le istanze della contemporaneità, nel tentativo di riuscire a tracciarne gli scenari futuri.

Il tanto celebrato Villaggio Globale sembra essere scivolato in una slavina di cui è difficile intuire i contorni, dove tutto è divenuto periferia, incluso il centro stesso dell’Impero: la civiltà occidentale nella sua ultima personificazione, gli Stati Uniti.

Da una parte è possible riconoscere, ancora forte e inquietantemente più subdola, la tendenza a uniformare (la mainforce, il mainstream) ovvero ad accentrare, livellare, controllare, eliminare differenze e margini d’approfondimento. Dall’altra persistono correnti minori, centripete, decostruttiviste (in senso deriddiano) che paiono le uniche in grado di ricominciare a strutturare il mondo, scendendo nelle viscere di una realtà sempre più fatta di superfici, ovvero sempre più sulla via di divenire, finalmente e definitivamente come nelle migliori previsioni del caso, un simulacro di se stessa.

Le considerazioni possono essere molte e differenti, non solo in ambito letterario.

Che l’Occidente e con lui il resto del pianeta siano precipitati in una seria crisi di sfiducia nei confronti del presente e della propria capacità di immaginare un futuro sembra essere oramai assodato.

Che tale sentimento abbia finito per raggiungere ogni strato della società (ricchi, meno ricchi, indigenti, poveri) è un altro fatto riconosciuto, al punto tale che anche i tentativi d’infondere ottimismo da parte del mainstream non sembrano in grado di ottenere i risultati desiderati. Lo stesso mainstream sembra agonizzare nel tentativo di rivitalizzarsi. Fare affidamento ai sistemi di superamento crisi-sopravvivenza finora utilizzati sembra essere divenuto impossibile. Non ci sono più magnifiche sorti e progressive in cui credere (almeno, non al momento) al di là di una vaga idea di tecnologia in grado di risolvere, un giorno, i numerosi gap in cui siamo finiti per franare (relazioni tra individui/con se stessi/ con la natura/con i propri prodotti).

Secondo Lucio Villari se “nei primi decenni del XX secolo c’era ancora l’idea di inventare tutto ciò che si potesse inventare, con la convinzione che l’uomo potesse governare tali invenzioni, oggi si corre il rischio che siano le invenzioni a governare l’uomo. E non per colpa delle macchine o delle invenzioni, ma per la poca consapevolezza filosofica nei confronti di questo processo innovativo.”

Ecco il Nuovoevo (il nuovo Medioevo) da tempo cominciato, il cui inizio verrà tracciato dagli storiografi del domani tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, con le torri gemelle a suggellarne l’entrata ufficiale sulle scene.

Possiamo ignorarne i termini, ma quando il sentimento di sfiducia raggiunge le strade, dopo essere stato a lungo preannunciato in altre sedi significa che il processo è ben oltre il proprio principio.

La domanda è, in quali termini può la letteratura legarsi a tali eventi? E quale può essere, in questo senso, il suo ruolo nel determinare quelli futuri?

Difficile dare risposte chiare. La letteratura è come ogni espressione umana nella nostra Storia uno degli specchi in cui possiamo rifletterci. Di più. Nel suo affondare le radici ai primordi della civilizzazione umana (nel suo essere la più antica forma di riflessione su se stessi elaborata dalla specie umana) è il primo, dei nostri specchi. è il più antico e il più veritiero. Siamo ciò che abbiamo scritto. In questo senso, non possiamo mentirci. Anche quando tentiamo di farlo, finiamo sempre per dirci la verità.

Tutto vero, d’accordo, ma di quale letteratura stiamo parlando?

L’articolo di Valerio Evangelisti “Una narrativa adeguata ai tempi” è in questo senso uno degli interventi più lucidi e incisivi sull’argomento. Il suo contrapporre a una produzione “minimalista” – che si muove “entro contesti tenui e dalle luci soffuse, in cui si annusa la polvere e il borotalco” ovvero estranea ai tempi presenti e sterile in rapporto a quelli futuri – una “massimalista” – ovvero di contrasto, che si fa registrazione e critica, ma anche ricerca, sfida – centra il cuore della questione, e apre squarci inquietanti e fecondi sullo scenario letterario non solo del nostro paese.

In un dialogo giovanile che ebbi anche la sventura di pubblicare, uno dei personaggi si domandava come fosse possible che tra tutti i mezzi di comunicazione inventati dall’uomo non ce ne fosse uno capace di farci comunicare con i nostri genitori (la conclusione era che “non esistono mezzi di comunicazione”).

Oggi appare sempre più chiaro che un tale mezzo di comunicazione in realtà esista, e sia legato alla nostra capacità di raccontare la vita, d’immaginarne i confini, e, nei limiti del possible (e dell’impossibile), di tentare di donarvi un significato.

Tale è stata, fin dall’inizio della civilizzazione, la funzione del “raccontare storie”.

In Italia, forse il Paese più passivamente medializzato dell’Occidente, la domanda è come questo possa avvenire e con quali risultati.

è una domanda che pare assumere i lineamenti di una sfida difficile da vincere, soprattutto in tempi di depressione, non solamente economica.

Se da una parte ci si lamenta che nessuno legge, dall’altra non sembra che ci si preoccupi più di tanto di creare interesse nella lettura. Un humus, un terriccio, un milieu in cui poter coltivare, nutrire, crescere una predisposizione che non abbiamo mai avuto. Nel BelPaese le nuove generazioni paiono addirittura avere una minore propensione a leggere di quelle precedenti (unico caso al mondo). In altre realtà (su tutte la decadente America, che comunque, pur con risultati disastrosi, perlomeno si dibatte nell’agonia) la letteratura sembra aver accolto la sfida ed essere oggi come ieri strumento di penetrazione del reale, su più livelli e in più contesti. All’appiattimento di certe produzioni hollywoodiane si contrappongono istanze differenti, mosse da curiosità e da necessità oramai inevitabili di rinnovamento. La letteratura è nei giornali, nella rete, nelle serie televisive, nei fumetti, nelle piccole produzioni cinematografiche. Non esiste realtà che non ne sia, in una maniera o nell’altra, influenzata. La vitalità letteraria di un paese, d’altra parte, la sua capacità di raccontare storie ed avere un pubblico, non può essere scissa dalla realtà che l’ha prodotta. Essa si nutre di ciò che vive al di fuori di sé prima ancora di divenire ciò che è.

Pare non esserci proprio questo, in Italia.

Ci è sempre mancata una cultura del leggere che entri nelle strade, e che sappia dare supporto a quella produzione letteraria (che comunque c’è) che lotta per la sua sopravvivenza e per la sopravvivenza di chi ancora ha la forza di lottare. Ma che forse non potrà farlo più a lungo, se lasciata sola.

Altrove, Letteratura è divenuta ogni cosa, anche fuori dai libri. Il mondo scritto ha saputo conquistarsi spazi anche al di là delle pagine stampate, divenire elettronico, se necessario, entrare nei bar, invadere i cinema, usare tutti gli stumenti di cui oggi ci si può dotare, inclusa ogni tecnologia in grado di veicolare le parole. Così, anche, si nutre la capacità di scrivere una storia.

Ma qui?

Se il centro del mondo sta poco elegantemente crollando (e come tutti i centri in sfacelo irrigidisce e acuisce i suoi strumenti di controllo) le periferie hanno il potere di risorgere, di resistere, di rivendicare il proprio diritto a raccontare.

Tutto sta che ci sia ancora qualcuno là fuori disposto ad ascoltare.

Maggio 10, 2010

Il Cromosoma Calcutta

Author: iQuindici - Categories: Scritture

Ho riletto Il Cromosoma Calcutta, scritto nel 1995 da Amitav Ghosh.
Il romanzo fantastica su un intreccio tra le pionieristiche ricerche sulla malaria alla fine del 1800 e l’ipotesi che la scoperta dei meccanismi di trasmissione della malaria attraverso le zanzare del genere anopheles fosse già avvenuta. Da una parte la scienza “ufficiale”, quella delle università, dei premi Nobel e pure delle contrapposizioni, dall’altra una scienza silenziosa, parallela, esoterica, con un progetto indicibile: sviluppare il cromosoma Calcutta, che ovviamente non rivelo cosa sia.Tanti anni dopo, la lettura si è fatta appena più critica (di quindicina?) e non mi convince il tono querulo del discorrere di Murugan, uno dei protagonisti della storia, che più che pervaso da un’idea fissa, pare dialogare in una serie tv di polizieschi americani. D’accordo, sono dichiaratamente amati dallo stesso, secondo la biografia riportata dallo strepitoso computer Ava, tuttavia battute come “Per i successivi trentaquattro – l’intero periodo in cui Ron lavorò sulla malaria – Lutchman gli sta appiccicato addosso come un deodorante” non sembrano appartenere ad un cosmopolita come Murugan, seppure formatosi negli Stati Uniti… quel Ron di cui parla poi è il dottor Ronald Ross, Nobel per la Medicina nel 1902.
Eppure la seduzione di Cromosoma Calcutta si è fatta più matura e intrigante.
Gli anni di ricerca in India tra il 1895 e 1898 del dottor Ronald Ross, sono raccontati in contemporanea con altre vicende accadute sia prima delle scoperte di Ross, che successivamente e persino nel futuro. Un futuro già oggi più vicino a noi ma non ancora del tutto, rappresentato dal magnifico computer Ava, nome dalle suggestioni kubrickiane, in grado di rivolgersi al suo “utente” egiziano Antar in dialetti dimenticati persino da lui, un computer che decodifica intere esistenze a partire da un frammento isolato e che porta le persone in casa attraverso degli ologrammi…
Si dispone di questa avanguardia informatica, ma Amitav Ghosh stempera le fughe in avanti dell’uomo tecnologico, riproponendo un orizzonte umano fatto di abitudini semplici, come una passeggiata alla Penn Station di New York, accompagnandoti in quei bar illuminati al neon, dove tu ti fermeresti per un caffè solo con davanti altre venti ore di viaggio, e che invece sono bar dove clienti abituali fanno circolare informazioni. Certo sono clienti speciali, nulla a che vedere coi colletti bianchi o impiegate di corsa con ai piedi le scarpe di ginnastica e in borsetta quelle col tacco, in corsa verso i binari del treno verso casa.
E’ nel bar in Penn Station che vengono alla luce alcuni dei tanti personaggi chiave del romanzo, ed è nel procedere della storia che ci si rende conto che Kubrick è lontano dalla mente di Ghosh, che forse Ava è una citazione voluta e casualmente felice, ma attorno a quel computer dal nome che cattura, insieme ad Antar, c’è Tara, osservata dalla finestra sul cortile e qui le associazioni al cinema potrebbero continuare, fortuna che il film Avatar è uscito quattordici anni dopo questo singolare romanzo.
L’Avatar di Ghosh infatti è quello della tradizione vedica, è la manifestazione in forma corporea della divinità, e per capire cosa ci azzecca nella storia si deve passare da Calcutta, una città di ambizioni, di classi sociali che mai si confonderanno, di cinema (ancora) e di letteratura.
Le suggestioni da cinematografiche si fanno più intense, più interne, più profonde.
Ghosh fa tutto questo servendosi principalmente della voce di Murugan e della sua possessione, un tarlo che sembra averlo colpito come un virus, un’ossessione carica di fatalità, come ogni delirio di onnipotenza può diventare.

Nel romanzo, le ricerche sulla malaria e il discorso sul parassita che vive nel sangue dell’uomo, sono trattati con una provocazione di fondo, che è la libertà nella precarietà del corpo, un corpo che può essere malato, perché attaccato dal parassita, e al tempo stesso onnipotente. E’ vero, c’è nel romanzo una manipolazione che innalza il plasmodium falciparum a status di cromosoma, ma estendendo il concetto ed estraniandoci dalla storia, l’idea che da un parassita si possa generare la vita è per me magnetica. E’ come una discesa verso il nucleo della vita stessa.
E’ proprio quando viene invischiata nella trama del dottor Ross che a Urmila, giovane giornalista dalle grandi speranze del “Calcutta”, si rivela una verità profonda. Al riparo della pioggia vicino a Murugan “seduta lì, sotto quella tettoia piena di buchi, con odore di merda dappertutto”, lei che doveva intervistare il ministro delle Comunicazioni e preparare il pesce per il fratello indolente, ha la sensazione di essere in una provetta: “probabilmente ci si sentiva così, sapendo che da questa parte del vetro stava per accadere qualcosa, ma dall’altra parte no; che c’era un muro tra te e il resto del mondo” , la percezione della nuclearità della trasformazione che nella vita dell’uomo raramente è resa possibile.
L’attacco da parte di un batterio o di un virus rappresenta una minaccia per l’uomo e così viene interpretato e gestito nella nostra cultura, garantendoci una sopravvivenza di genere; tuttavia la provocazione di Ghosh è irresistibile perché compenetra la superiorità intellettuale dell’uomo con la potenza replicativa dei virus.
L’immagine del laboratorio di ricerca del dottor Ross dell’Indian Medical Service, una casetta circondata dal verde in una Calcutta segreta, è anch’essa un’intuizione che le dimensioni del sapere non sono sempre così scontate come noi vorremmo credere.

Agosto 20, 2009

iQuindici hanno amato Fernanda Pivano

Author: iQuindici - Categories: Scritture - Tags:

Grande, grandissima intermediatrice culturale, ha fatto parte della storia di noi lettori residenti, un gruppo di persone animate dall’amore per la lettura, come lo è stata lei.
La salutiamo con immenso affetto e gratitudine.
Grazie Fernanda!

Agosto 11, 2009

L’ostinazione di un paese

Author: iQuindici - Categories: Meankia, Scritture - Tags:

Sperate è un piccolo centro del sud della Sardegna, a 20 Km da Cagliari. Il 1968 è l’anno in cui i muri del paese - scuri muri di fango e paglia - diventano all’improvviso chiari, abbaglianti di bianco candido. San Sperate diviene Paese Museo ospitando diversi artisti italiani e stranieri che su quei muri danno vita ad un florido movimento artistico culturale.
I dipinti sui muri adornano in grande numero le vie del paese (sono circa 320), sia nel centro storico che sulle moderne costruzioni e raccontano la locale cultura contadina, lo stretto legame con la terra, le tradizioni della Sardegna, la vita quotidiana, la storia antica e moderna.
Il muralismo è stata un’occasione per ri- costruire un’identità attraverso le arti (Si pensi al Giardino Megalitico, un parco interamente realizzato con pietre scolpite in loco ispirato alla cultura nuragica e pre-nuragica) e promuovere un’evoluzione dell’economia sostenibile (fondamentalmente basata sulla produzione e commercializzazione delle pesche).
L’associazionismo e diverse forme di cooperazione hanno permesso all’esperienza “rivoluzionaria” del muralismo di continuare nel tempo attraverso svariate iniziative: Il 17 luglio – la festa patronale - le case vengono aperte al pubblico e trasformate in musei; a fine luglio si svolge la settimana del Festival di cultura popolare Cucambias e l´antico borgo diviene un teatro con allestimenti a tema diversi di anno in anno; a ottobre, il festival NoArte celebra tutte le forme d´arte grazie alla presenza di giovani artisti di tutto il mondo.
Infine, la popolazione è estremamente ospitale e lotta con ostinazione per rivendicare la propria esistenza e la propria storia.
LuigiaB.
LinK: http://www.sansperate.com/index.htm

Ottobre 10, 2008

“The Italian perspective on metahistorical fiction: The New Italian Epic”

Author: admin - Categories: Scritture - Tags: , , , ,

Il 2 ottobre all’Institute of Germanic and Romance Studies dell’Università di Londra si è tenuta la conferenza “The Italian perspective on metahistorical fiction: The New Italian Epic”, presenti Wu Ming 1, i membri fondatori di Scrittura Industriale Collettiva Vanni Santoni e Gregorio Magini ed alcuni esponenti della diaspora intellettuale italiana. Ordine del giorno: lo stato dell’arte della nuova narrativa metastorica italiana, meglio conosciuta come New Italian Epic. Un tema che ai più, messo giù così, può evocare seghe mentali da intellettuali oziosi. Invece, come ha ben dimostrato la tensione emotiva sprigionatasi dopo gli interventi di Wu Ming 1 e dei SIC (che, oltre ad essere autori di un progetto molto interessante in rete, hanno una verve non da poco), gli argomenti affrontati hanno toccato nervi scoperti, ma senza rigirare un coltello ormai poco affilato in una piaga più che purulenta. Au contraire: passando garza e filo, perché quella piaga si possa finalmente rimarginare. Gli interventi degli altri relatori verranno pubblicati prossimamente nella sezione in rete interamente dedicata al New Italian Epic.

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Ottobre 7, 2008

Scritture resistenti 1

Author: iQuindici - Categories: Scritture - Tags:

“Ognuno lo sa perche fa il partigiano. Io facevo lo stagnino e giravo per le campagne, il mio grido si sentiva da distante e le donne andavano a prendere le casseruole bucate per darmele da aggiustare. Io andavo nelle case e scherzavo con le serve e alle volte mi davano uova e bicchieri di vino. Mi mettevo a stagnare i recipienti in un prato e intorno avevo sempre bambini che mi stavano a guardare. Adesso non posso più girare per campagne perche mi arresterebbero e ci sono i bombardamenti che spaccano tutto. Per questo facciamo i partigiani: per tornare a fare lo stagnino, e che ci sia il vino e le uova a buon prezzo, e che non ci arrestino più e non ci sia più l´allarme. E poi anche vogliamo il comunismo. Il comunismo è che che non ci siano più delle case dove ti sbattano la porta in faccia, da esser costretti a entrarci nei pollai, la notte. Il comunismo è che se entri in una casa e mangiano della minestra, ti diano della minestra, anche se sei stagnino, e se mangiano del panettone, a Natale, ti diano del panettone. Ecco cos’è il comunismo. Per esempio: qui siamo tutti pieni di pidocchi che ci muoviamo nel sonno perche quelli ci trascinano via. E io sono andato al comando di brigata e ho visto che avevano dell´insetticida in polvere. Allora ho detto: bei comunisti che siete, di questo in distaccamento non ne mandate. E loro hanno detto che ci manderanno dell´insetticida in polvere. Ecco cos´è il comunismo.”

Italo Calvino, Il Sentiero dei Nidi di Ragno, 1947

(Grazie a Guido per l’ispirazione… Paolar)