Agosto 23, 2010

“Ad aziendam” : si riapre il dibattito (mai chiuso) su Mondadori.

Author: iQuindici - Categories: Sassolini

Un articolo di Massimo Giannini e uno di Vito Mancuso hanno riaperto sul finire di questa estate il dibattito su Mondadori. Riportiamo qui di seguito l’intervento di Mancuso lasciando ognuno libero di formarsi una propria opinione a riguardo ed eventualmente di esprimerla.

di Vito Mancuso

Da quando ho letto l´articolo di Massimo Giannini giovedì scorso 19 agosto non ho potuto smettere di pensarci. Ho provato a fare altro e a concentrarmi sul mio lavoro, ma dato che in questi giorni esso consiste proprio nella stesura del nuovo libro che a breve dovrei consegnare alla Mondadori, mi è sempre risultato impossibile distogliere dalla mente i pensieri abbastanza cupi che vi si affacciavano. La domanda era sempre quella: come posso adesso, se quello che scrive Giannini corrisponde al vero, continuare a pubblicare con la Mondadori e rimanere a posto con la mia coscienza? Come posso fondare il mio pensiero sul bene e sulla giustizia, e poi contribuire al programma editoriale di un´azienda che a quanto pare, godendo di favori parlamentari ed extra-parlamentari, pagherebbe al fisco solo una minima parte (8,6 milioni versati) di un antico ed enorme debito (350 milioni dovuti)? Come posso fare dell´etica la stella polare della mia teologia e poi pubblicare i miei libri con un´azienda che non solo dell´etica ma anche del diritto mostrerebbe, in questo caso, una concezione alquanto singolare?
Io sono legato da tempo alla Mondadori, era il 1997 quando vi entrai come consulente editoriale della saggistica fondandovi una collana di religione e spiritualità, poi nel 2002 ebbi l´onore di diventarne autore quando il comitato editoriale accettò il mio saggio sull´handicap come problema teologico, onore ripetuto nel 2005 e nel 2009 con altri due libri. Conosco bene i cinque piani di palazzo Niemeyer a Segrate, gli ufficiopen-space, i corridoi interminabili dove si incontra chiunque (scrittori, politici, cantanti, calciatori, scienziati, matematici, preti, comici…), la mensa dove per parlare con il vicino spesso bisogna gridare, il ristorantino vip, lo spaccio dove si comprano i libri a metà prezzo, le redazioni dei settimanali e dei femminili, l´auditorium dove presentavo ai venditori i libri in uscita e di recente il libro che sto scrivendo. So dove si trovano le macchinette del caffè, luogo di ritrovi e di battute, e di gara con gli amici a chi mette per primo la monetina. Ecco, gli amici. Impossibile per me parlare della Mondadori e non rivedere i loro volti e non provare ancora una volta ammirazione e stima per la loro professionalità. Perché questo anzitutto la Mondadori è: una grande azienda di brillanti professionisti. Del resto a parlare sono i titoli e i fatturati, sono i lettori italiani che continuano a premiare con le loro scelte il lavoro di un´editrice che va avanti dal 1907. Un lavoro in grado di vincere anche in qualità, basti pensare alla collezione dei Meridiani, ai Meridiani dello Spirito, ai classici greci e latini della Fondazione Valla. E se uno avesse dei dubbi, prenda in mano il catalogo degli Oscar e di sicuro gli passeranno, perché si ritroverà tra le mani una vera e propria enciclopedia della scienza editoriale in compendio.
Per questo il mio dubbio, dopo l´articolo di Giannini, è pesante. Leggendo ho appreso che non si tratta più di accettare una proprietà che può piacere oppure no ma che non ha nulla a che fare con le scelte editoriali, cioè con l´azienda nella sua essenza. Stavolta è la Mondadori in quanto tale a essere coinvolta, non solo il suo proprietario per i soliti motivi che non hanno nulla a che fare con l´editoria libraria. Quindi stavolta come autore non posso più dire a me stesso che l´editrice in quanto tale non c´entra nulla con gli affari politici e giudiziari del suo proprietario, perché ora l´editrice c´entra, eccome se c´entra, se è vero che di 350 milioni dovuti al fisco ne viene a pagare solo 8,6 dopo quasi vent´anni, e senza neppure un euro di interesse per il ritardo, interessi che invece a un normale cittadino nessuno defalca se non paga nei tempi dovuti il bollo auto, il canone tv o uno degli altri bollettini a tutti noti.
Eccomi quindi qui con la coscienza in tempesta: da un lato il poter far parte di un programma editoriale di prima qualità venendo anche ben retribuito, dall´altro il non voler avere nulla a che fare con chi speculerebbe sugli appoggi politici di cui gode. Da un lato un debito di riconoscenza per l´editrice che ha avuto fiducia in me quando ero sconosciuto, dall´altro il dovere civico di contrastare un´inedita legge ad aziendam che si sommerebbe alle 36 leggi ad personam già confezionate per l´attuale primo ministro (riprendo il numero delle leggi dall´articolo di Giannini e mi scuso per il latino ipermaccheronico “ad aziendam”, ma ho preso atto che oggi si dice così). A tutto questo si aggiunge lo stupore per il fatto che il Corriere della Sera, gruppo Rizzoli principale concorrente Mondadori, finora abbia dedicato una notizia di poche righe alla questione: come mai?
Nella mia incertezza ho deciso di scrivere questo articolo. Spero infatti che a seguito di esso qualcuno tra i dirigenti della Mondadori possa spiegare pubblicamente cosa c´è che non va nell´articolo di Giannini, perché e in che cosa esagera e non corrisponde a verità. Io sarei il primo a gioirne. Spero inoltre che anche altri autori Mondadori che scrivono su questo giornale possano dire come la pensano e cosa rispondono alla loro coscienza. Sto parlando di firme come Corrado Augias, Pietro Citati, Federico Rampini, Roberto Saviano, Nadia Fusini, Piergiorgio Odifreddi, Michela Marzano… Se poi allarghiamo il tiro alle editrici controllate interamente dalla Mondadori (il che, in questo caso, mi pare oggettivamente doveroso) arriviamo all´Einaudi e a nomi come Eugenio Scalfari, Gustavo Zagrebelsky, Adriano Prosperi… Sono tutte personalità di grande spessore e per questo sarei loro riconoscente se contribuissero a risolvere qualcuno dei dubbi sollevati da questa inedita legge ad aziendam nella coscienza di un autore del Gruppo Mondadori.

Agosto 6, 2010

I cani di N’Djamena

Author: iQuindici - Categories: Sassolini

Di rado, e solo in caso di guerra civile, si sente parlare di N’Djamena.

Il primo impatto con la capitale del Ciad l’ebbi nelle mie frequentazioni con Dialogo NordSud. La rivista di Michele Achilli ne raccontava durante la guerra tra Libia e Ciad e quando si interruppe la pubblicazione, lontana dal tempo di internet, per mesi mi sono presentata in edicola sperando di ritrovarla sugli scaffali, come una Elettra sulla tomba del padre.

Andai successivamente a N’Djamena, altre occasioni, altri interessi, con però impresse nella memoria le fotografie ipnotiche dell’esercito di Hissène Habré, sulle camionette a fucili spianati. Ora non visito N’Djamena da tanto tempo e rileggo Viaggio al Congo e Ritorno dal Ciad di André Gide, che nel 1927 scriveva “Fort Lamy. Com’è brutto! E come è triste!”.

Che destino… dopo circa quarantacinque anni la città cambia nome, le ci si rivolge come ad una donna, i 9000 abitanti di allora sono diventati quasi un milione e nonostante la preferenza incondizionata che provo per N’Djamena, resta davvero una delle più brutte città che abbia mai visitato.

I primi giorni a N’Djamena solitamente li ho trascorsi ospite in una casa di suore giapponesi (non scherzo), in uno stabile nel centro della capitale che serve da anni viaggiatori verso missioni religiose, alla ricerca del senso della vita, lavorando a progetti di cooperazione, aiuti. Facendo parte anche io di questa genìa di globe trotter infusa di ideali umanitari e dovendo in genere attendere una macchina che mi portasse nel sud del paese, ero solita bivaccare nel recinto della casa, discorrendo con gli altri ospiti, tutti bianchi, tutti ispirati, rapita dalla varietà dell’esistenza.

Una sera converso a lungo con i medici Ambrogio e Mario, di stanza a Goz Beida, che ritrovo successivamente sia a N’Djamena e sia su diversi reportage, quando la pressione degli oltre 250.000 rifugiati dal Darfur ha reso quell’avamposto dimenticato da Dio il centro di interessi tragici. I due medici non ricorderanno certamente me, una confusa e piuttosto stupida idealista, indistinta tra le decine di volontari, ma io sì che li ho ben presente. La notte che segue è ancora lontana dalla ferocia dei Janjawid che modificherà gravemente gli assetti ad est del Ciad, ma per la mia mente quella notte è testimone come di una osmosi. Sarà che la trascorro a vomitare il polpettone preparato dalle suore, quello del venerdì sera. Sarà che così mi trascino tra il letto e il bagno, schiacciata dal cigolio ossessivo delle pale sul soffitto, sarà che vomito l’anima e che pure ascolto la mia vicina di letto, medico, anche lei per un breve periodo in Ciad, raccontare dei suoi progetti di lavoro nell’ospedale a Goundi e che mi propone delle pastiglie per fermare il vomito, che non prendo. Sarà che sono febbricitante e ho quasi le allucinazioni.

Giaccio sulla branda di ferro, sudata e impaurita dal dolore allo stomaco, nella città immersa nel buio ascolto branchi di cani darsi il verso l’un l’altro attraverso i quartieri, marcando le strade, guaendo senza pausa. Un attimo il silenzio, poi qualche ringhio e in un crescendo di latrati capisco che a un manipolo di randagi si sono aggregati altri cani e posso immaginarli, padroni assoluti delle strade, fiancheggiate invece che dai marciapiedi dalle fogne a cielo aperto. L’eco del loro girovagare notturno mi riconsegna l’abbandono in cui versa N’Djamena, che in quella notte mi appare più che mai desolata. Li seguo spostarsi in branco da una parte all’altra della capitale, sono turbata al pensiero di chi, chiuso nelle precarie dimore, deve difendersi anche da questo.

Quei cani di N’Djamena che hanno abbaiato in continuazione fino all’alba mi rimandano alla barbarie non solo del Darfur, ma delle guerre civili che la città ha subito ripetutamente anche dopo Habré, come fosse una profezia di morte e di abdicazione. Così come il nostro Governo sta abdicando oggi, approvando in Senato la riduzione dei contributi italiani alla missione in Darfur, a favore della presenza in Afghanistan.

“Fort Lamy. Com’è brutto! E come è triste!”.

Luglio 26, 2010

La Love Parade deve continuare

Author: iQuindici - Categories: Sassolini

A vederli nel tunnel, come vitelli instradati prima del macello, la rabbia diventa furia. 

Sono passate 48 ore dalla morte di 19 giovani alla Love Parade e la rabbia non passa.

Di quei giovani non frega niente a nessuno.

Questa civiltà decadente di piccolo borghesi guarda la partecipazione ai concerti con aria di sufficienza “ noi si che andavamo ai concerti tosti” e osserva quei ragazzi che appaiono troppo per bene e poco credibili nel loro bisogno di musica e di sballo. Eppure ne muoiono ogni settimana di sballo, eppure i concerti si susseguono con milioni di persone che cantano e sono felici di essere lì.

 

A Duisburg sono morti per indifferenza. Le misure di sicurezza sono state pensate per un gregge che poteva essere guidato da qualche cane da guardia. Non cittadini con il diritto a muoversi e spostarsi in Duisburg su percorsi da loro scelti, non giovani cui garantire sicurezza in un contesto critico, non ragazzi con le loro paure.

Il panico è micidiale e non bastano gli avvertimenti di chi la strada la conosce “quando sei in una situazione di massa in panico, cerca un angolo, mettiti contro un muro e non muoverti”, la paura è sorprendente e incontrollabile. L’indifferenza delle autorità diventa però omicidio.

E’ l’indifferenza di una società e di una politica che non sa cosa farsene dei giovani, che nel ranking della spesa per istruzione scolastica risulta tra il 70 e 80 esimo posto nel mondo, con tassi negativi di crescita della popolazione, con il fastidio verso bambini e ragazzi il cui futuro è stato eroso dalle generazioni precedenti, da noi.

 

Gli organizzatori hanno annunciato che con Duisburg finisce la Love Parade, vorrei che non fosse così, che la paura non immobilizzasse il bisogno di perdere il controllo, di musica ad alto volume, perchè siamo stanchi noi degli appartamenti a luci soffuse, della misura nel dialogo e della padronanza dei gesti.

Giugno 30, 2010

Una cultura del leggere che entri nelle strade

Author: iQuindici - Categories: Sassolini, Scritture

In un articolo di alcuni mesi fa Boris Groys sosteneva che la direzione presa dall’umanità conducesse verso un nuovo totalitarismo globale, un nuovo ordinamento e, secondo certi filosofi, addirittura verso una nuova politeia platonica.

A detta dello studioso, se nel ’900 sono state realizzate le aspirazioni utopiche del secolo precedente (coi risultati che tutti conosciamo) nel XXI sembriamo essere tornati indietro al XIX secolo: libero scambio globale, terrorismo, pirati, guerre coloniali, culto delle celebrità, fashion magazine. Le uniche differenze, sottolinea Groys, “sono i film al posto dei romanzi.”

Che ci si riconosca o meno in esse, le considerazioni di Groys si inseriscono in una più ampia gamma di interventi e studi che negli ultimi anni stanno cercando di analizzare le istanze della contemporaneità, nel tentativo di riuscire a tracciarne gli scenari futuri.

Il tanto celebrato Villaggio Globale sembra essere scivolato in una slavina di cui è difficile intuire i contorni, dove tutto è divenuto periferia, incluso il centro stesso dell’Impero: la civiltà occidentale nella sua ultima personificazione, gli Stati Uniti.

Da una parte è possible riconoscere, ancora forte e inquietantemente più subdola, la tendenza a uniformare (la mainforce, il mainstream) ovvero ad accentrare, livellare, controllare, eliminare differenze e margini d’approfondimento. Dall’altra persistono correnti minori, centripete, decostruttiviste (in senso deriddiano) che paiono le uniche in grado di ricominciare a strutturare il mondo, scendendo nelle viscere di una realtà sempre più fatta di superfici, ovvero sempre più sulla via di divenire, finalmente e definitivamente come nelle migliori previsioni del caso, un simulacro di se stessa.

Le considerazioni possono essere molte e differenti, non solo in ambito letterario.

Che l’Occidente e con lui il resto del pianeta siano precipitati in una seria crisi di sfiducia nei confronti del presente e della propria capacità di immaginare un futuro sembra essere oramai assodato.

Che tale sentimento abbia finito per raggiungere ogni strato della società (ricchi, meno ricchi, indigenti, poveri) è un altro fatto riconosciuto, al punto tale che anche i tentativi d’infondere ottimismo da parte del mainstream non sembrano in grado di ottenere i risultati desiderati. Lo stesso mainstream sembra agonizzare nel tentativo di rivitalizzarsi. Fare affidamento ai sistemi di superamento crisi-sopravvivenza finora utilizzati sembra essere divenuto impossibile. Non ci sono più magnifiche sorti e progressive in cui credere (almeno, non al momento) al di là di una vaga idea di tecnologia in grado di risolvere, un giorno, i numerosi gap in cui siamo finiti per franare (relazioni tra individui/con se stessi/ con la natura/con i propri prodotti).

Secondo Lucio Villari se “nei primi decenni del XX secolo c’era ancora l’idea di inventare tutto ciò che si potesse inventare, con la convinzione che l’uomo potesse governare tali invenzioni, oggi si corre il rischio che siano le invenzioni a governare l’uomo. E non per colpa delle macchine o delle invenzioni, ma per la poca consapevolezza filosofica nei confronti di questo processo innovativo.”

Ecco il Nuovoevo (il nuovo Medioevo) da tempo cominciato, il cui inizio verrà tracciato dagli storiografi del domani tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, con le torri gemelle a suggellarne l’entrata ufficiale sulle scene.

Possiamo ignorarne i termini, ma quando il sentimento di sfiducia raggiunge le strade, dopo essere stato a lungo preannunciato in altre sedi significa che il processo è ben oltre il proprio principio.

La domanda è, in quali termini può la letteratura legarsi a tali eventi? E quale può essere, in questo senso, il suo ruolo nel determinare quelli futuri?

Difficile dare risposte chiare. La letteratura è come ogni espressione umana nella nostra Storia uno degli specchi in cui possiamo rifletterci. Di più. Nel suo affondare le radici ai primordi della civilizzazione umana (nel suo essere la più antica forma di riflessione su se stessi elaborata dalla specie umana) è il primo, dei nostri specchi. è il più antico e il più veritiero. Siamo ciò che abbiamo scritto. In questo senso, non possiamo mentirci. Anche quando tentiamo di farlo, finiamo sempre per dirci la verità.

Tutto vero, d’accordo, ma di quale letteratura stiamo parlando?

L’articolo di Valerio Evangelisti “Una narrativa adeguata ai tempi” è in questo senso uno degli interventi più lucidi e incisivi sull’argomento. Il suo contrapporre a una produzione “minimalista” – che si muove “entro contesti tenui e dalle luci soffuse, in cui si annusa la polvere e il borotalco” ovvero estranea ai tempi presenti e sterile in rapporto a quelli futuri – una “massimalista” – ovvero di contrasto, che si fa registrazione e critica, ma anche ricerca, sfida – centra il cuore della questione, e apre squarci inquietanti e fecondi sullo scenario letterario non solo del nostro paese.

In un dialogo giovanile che ebbi anche la sventura di pubblicare, uno dei personaggi si domandava come fosse possible che tra tutti i mezzi di comunicazione inventati dall’uomo non ce ne fosse uno capace di farci comunicare con i nostri genitori (la conclusione era che “non esistono mezzi di comunicazione”).

Oggi appare sempre più chiaro che un tale mezzo di comunicazione in realtà esista, e sia legato alla nostra capacità di raccontare la vita, d’immaginarne i confini, e, nei limiti del possible (e dell’impossibile), di tentare di donarvi un significato.

Tale è stata, fin dall’inizio della civilizzazione, la funzione del “raccontare storie”.

In Italia, forse il Paese più passivamente medializzato dell’Occidente, la domanda è come questo possa avvenire e con quali risultati.

è una domanda che pare assumere i lineamenti di una sfida difficile da vincere, soprattutto in tempi di depressione, non solamente economica.

Se da una parte ci si lamenta che nessuno legge, dall’altra non sembra che ci si preoccupi più di tanto di creare interesse nella lettura. Un humus, un terriccio, un milieu in cui poter coltivare, nutrire, crescere una predisposizione che non abbiamo mai avuto. Nel BelPaese le nuove generazioni paiono addirittura avere una minore propensione a leggere di quelle precedenti (unico caso al mondo). In altre realtà (su tutte la decadente America, che comunque, pur con risultati disastrosi, perlomeno si dibatte nell’agonia) la letteratura sembra aver accolto la sfida ed essere oggi come ieri strumento di penetrazione del reale, su più livelli e in più contesti. All’appiattimento di certe produzioni hollywoodiane si contrappongono istanze differenti, mosse da curiosità e da necessità oramai inevitabili di rinnovamento. La letteratura è nei giornali, nella rete, nelle serie televisive, nei fumetti, nelle piccole produzioni cinematografiche. Non esiste realtà che non ne sia, in una maniera o nell’altra, influenzata. La vitalità letteraria di un paese, d’altra parte, la sua capacità di raccontare storie ed avere un pubblico, non può essere scissa dalla realtà che l’ha prodotta. Essa si nutre di ciò che vive al di fuori di sé prima ancora di divenire ciò che è.

Pare non esserci proprio questo, in Italia.

Ci è sempre mancata una cultura del leggere che entri nelle strade, e che sappia dare supporto a quella produzione letteraria (che comunque c’è) che lotta per la sua sopravvivenza e per la sopravvivenza di chi ancora ha la forza di lottare. Ma che forse non potrà farlo più a lungo, se lasciata sola.

Altrove, Letteratura è divenuta ogni cosa, anche fuori dai libri. Il mondo scritto ha saputo conquistarsi spazi anche al di là delle pagine stampate, divenire elettronico, se necessario, entrare nei bar, invadere i cinema, usare tutti gli stumenti di cui oggi ci si può dotare, inclusa ogni tecnologia in grado di veicolare le parole. Così, anche, si nutre la capacità di scrivere una storia.

Ma qui?

Se il centro del mondo sta poco elegantemente crollando (e come tutti i centri in sfacelo irrigidisce e acuisce i suoi strumenti di controllo) le periferie hanno il potere di risorgere, di resistere, di rivendicare il proprio diritto a raccontare.

Tutto sta che ci sia ancora qualcuno là fuori disposto ad ascoltare.

Giugno 2, 2010

A chi non intende tacere sui Cie

Author: iQuindici - Categories: Sassolini - Tags: , ,

Sta circolando in questi giorni un appello proposto dal sito NoCie. Ci è sembrato importante e vogliamo aderire.

A coloro che intendono schierarsi apertamente, in maniera netta e senza ambiguità, per la chiusura definitiva dei Centri di identificazione ed espulsione, strutture che rappresentano concretamente il simbolo più evidente della negazione dei diritti – primo fra tutti quello della libertà personale – nonché momento estremo del controllo sociale.

Read it all..

Novembre 7, 2009

Una imperdonabile leggerezza…

Author: iQuindici - Categories: Meankia, Sassolini - Tags: , ,

L’altro giorno per un’imperdonabile leggerezza nella valutazione è stato cancellato un commento aggiunto al nostro breve post sul mancato nobel per la pace a Berlusconi. Fortunatamente l’avevo copincollato altrove per sottoporlo alla valutazione congiunta (e democratica) del gruppo così siamo in grado di recuperarlo e riproporlo.

Procedura di infrazione a carico della Commissione UE: raccolta firme dei Comitati della Libertà (http://silvioperilnobel.it)
Italiani razzisti. Italiani inquinatori. Suoni cacofonici e contemporaneamente insulti gratuiti diffusi dai media, italiani e stranieri, prodotti dai ripetuti e falsi procurati allarme e dal chiacchiericcio ingiustificato dei portavoce, Barbara Hellfrich e Dannis Abbott della Commissione UE, che ci indigna e che ci fa temere per il futuro della nostra Europa, la quale dopo aver perso la “Fede Cristiana”, ha smarrito, anche, il rispetto che si deve all’Italia, glorioso Stato fondatore dell’Unione Europea. Alcide De Gasperi, Adenauer, Schuman si staranno rivoltando nella tomba.
E’ ormai divenuta inaccettabile la mistificazione della realtà, questo clima da Hiroshima culturale, soprattutto se proviene da chi ricopre incarichi istituzionali a livello europeo.
L’Italia non è un Paese razzista.
L’Italia non è un Paese inquinatore.
Anzi, l’Italia merita di ricevere il Premio Nobel per la Pace, proprio perché, così come abbiamo spiegato nelle motivazioni di www.silvioperilnobel.it, grazie a Silvio Berlusconi è stato l’unico Paese che, in Europa, si è seriamente e concretamente impegnato sia per contrastare la mafia e la criminalità organizzata che utilizzano l’immigrazione clandestina per lucrare sul dolore della gente, sia per sensibilizzare tutte le Nazioni in difesa dell’ecosistema.
Per questi motivi, ti invitiamo a recarti presso il gazebo del Comitato della Libertà www.silvioperilnobel.it che verrà allestito in Roma, il 7 dicembre 2009, in Piazza di Pietra, dalle ore 11:00 alle ore 16:00, per sottoscrivere, insieme ai fondatori del Comitato stesso, la lettera di “denuncia” da inviare al Mediatore Europeo, e con la quale verrà richiesto sia il rispetto dell’art.3, comma 3, del regolamento interno della Commissione UE, che impone al Presidente di nominare con atto formale i “portavoce” delegati a parlare in nome e per conto della Commissione stessa, sia di contestare disciplinarmente tutti coloro che hanno prodotto l’effetto di infangare, con le loro dichiarazioni, l’onore dell’Italia.

Il commento è firmato dal consueto sig. EMANUELE VERGHINI (titolare del sito che promuove la campagna).

Rabbrividendo all’idea di Shuman che si rivolta nella tomba (per non parlare di De Gasperi e Adernauer: rischia di diventare una festa da ballo postuma!), a causa di questa “Hiroshima culturale” (ma che vuol dire?!) e della perdita della “Fede Cristiana” (perchè tra virgolette?!) sostituita risaputamente da una zucca di Halloween; e non volendo renderci complici di cotanto spregio ai danni di colui che tanto s’è speso “per contrastare la mafia e la criminalità organizzata ” e per “sensibilizzare tutte le Nazioni in difesa dell’ecosistema“, abbiamo deciso dunque di riproporre il commento per intero a mo’ di articolo.

Ci resta un unica perplessità: questi interventi…. “informativi” ci fanno pensare che il sig. Verghini non abbia colto le leggere sfumature sarcastiche del nostro breve post e ci abbia inserito nostro malgrado nella sua cerchia di aficionados da tenere adeguatamente informati.

Be’, ecco: per noi può pure bastare così, GRAZIE!

Novembre 6, 2009

Siamo realisti.

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E’ stato sgomberato pochi giorni fa, 30 ottobre, il centro popolare occupato Experia di Catania.
Lo scopro oggi per caso. Non uno dei miei amici e amiche blogger catanesi di sinistra accennava all’evento.

Potrei commentare in molti modi. Potrei rispondere punto su punto alle stronzate dei vari giovani rampanti di destra che commentano soddisfatti.
Ma non è questo il primo pensiero di chi sta lontano dalla propria città e vede chiudere così uno spazio della sua vita ed è lontano e impotente.

Il primo pensiero è un altro.
L’Experia non è mai stato un posto di gente accomodante. I suoi militanti hanno sempre gridato a tutti i cortei slogan che irridono chi aveva scelto per la nonviolenza.
Ma per fortuna la polizia è così barbara da darmi l’occasione di difendere i compagni: manganelli contro braccia alzate. Feriti. (chi ha voglia può cercrsi i video su youtube) E allora lo dico, è giunto il momento che qualcuno lo dica: chiudiamo la polizia.
Semplicemente, chiudiamola.

Che funzione ha la polizia oggi in Italia?
Identificare qualcuno come “nemico dell’ordine pubblico” e sopprimerlo.
Se un debole ha una controversia con un forte, dar man forte al forte.
Mettere i sigilli a un capitolo della mia giovinezza, e consegnarlo al legittimo proprietario (che certamente non sono io).
Ci sono già i mafiosi a fare quel mestiere.
E li paga qualcun altro. Perché devo pagare coi miei soldi un’altra forza per fare le stesse cose?
Che differenza c’è tra polizia e mafia, in linea di principio? Che la polizia dovrebbe essere fatta da persone sottomesse alla stessa legge che dicono di difendere, e se la violano ne sono responsabili allo stesso modo del comune cittadino.
Che differenza sussiste quando viene meno questo principio? nessuna.

Nessuna differenza.
Quali sono i valori che esprime, oggi, la polizia?
Familismo amorale.
Dominio del territorio.
Imposizione violenta della volontà dei propri capi.

Io la mafia l’ho sempre combattuta. Perché devo finanziarne un’altra?

Adesso immagino già le risposte: in realtà i poliziotti non c’entrano, quelli sono dei poveri impiegati che fanno quel che viene loro ordinato, e lo fanno per portare il pane a casa. A parte che chi dice questo non è mai stato in compagnia di un poliziotto… A parte questo, dico: ubbidire, fare quel che ti viene detto.
Forse è proprio questo il problema.


Andrea

Ottobre 8, 2009

Ministro Gelmini, le spiego perché il problema è lei

Author: iQuindici - Categories: Meankia, Sassolini - Tags: ,

lettera (assolutamente da leggere!) di Piergiorgio Odifreddi

1 ottobre 2009
Signor ministro, leggo (o meglio, mi hanno segnalato di leggere) su Il Giornale di famiglia del presidente del Consiglio che sabato scorso, alla sedicente Festa della Libertà organizzata dall’altrettanto sedicente Popolo della Libertà al Palalido di Milano, moderata (si fa per dire) dal condirettore dello stesso giornale, lei ha tuonato contro «l’intolleranza antisemita del superfluo matematico Piergiorgio Odi-freddi, ex docente baby pensionato», che ha osato restituire il Premio Peano «quest’anno assegnato a Giorgio Israel, ai suoi occhi colpevole di sionismo, ma soprattutto di essere consulente del ministro».
 
[Continua QUI]
Ottobre 3, 2009

Corsi e ricorsi storici

Author: iQuindici - Categories: Sassolini - Tags: ,

 

ONAGROCRAZIA

 

FrancescoV

Settembre 25, 2009

iQuindici aderiscono all’appello: Manifestazione per la libertà in rete

Author: iQuindici - Categories: Libertà Digitali, Sassolini

Manifestazione per la libertà in rete
Le associazioni di Frontiere Digitali aderiscono alla manifestazione del 3 Ottobre per la libertà d’informazione

Frontiere Digitali
Comunicato stampa
29 Settembre 2009

Lo scarso impegno della politica nella diffusione della banda larga sul territorio e nell’alfabetizzazione informatica della popolazione e l’inarrestabile susseguirsi di iniziative legislative volte a scoraggiare l’utilizzo della Rete come veicolo di diffusione ed accesso all’informazione costituiscono indici sintomatici della ferma volontà di non consentire che la Rete giochi il ruolo che le è proprio: primo vero mezzo di comunicazione di massa ed esercizio della libertà di manifestazione del pensiero nella storia dell’umanità.

L’emendamento D’Alia sui filtraggi governativi dei contenuti, il DDL Carlucci contro ogni forma di anonimato, il disegno di legge Lussana finalizzato ad accorciare la memoria della Rete, il DDL Alfano attraverso il quale si vorrebbero applicare all’intera blogosfera le disposizioni in tema di obbligo di rettifica nate per la sola carta stampata e, infine, il DDL Pecorella-Costa con il quale ci si prefigge l’obiettivo di trasformare ex lege l’intera Rete in un immenso quotidiano e trattare tutti i suoi utenti da giornalisti, direttori o editori di giornali non possono lasciare indifferenti. Esiste il rischio, ed è elevato, che ci si risvegli un giorno non troppo lontano e ci si accorga che la Rete è spenta e che la prima e l’ultima speranza di uno spazio per l’informazione libera è naufragata.

Muovendo da tali premesse riteniamo importante che la blogosfera italiana partecipi alla manifestazione del 3 ottobre per la libertà di informazione, sottolineando che esiste una “questione informazione in Rete” che non può e non deve passare inosservata perché se la libertà della stampa concerne il presente quella della blogsfera riguarda, oltre il presente, il futuro prossimo di ciascuno di noi. L’auspicio è pertanto che quanti hanno a cuore le sorti dell’informazione in Rete, il 3 ottobre aderiscano alla manifestazione chiedendo alla politica che, in futuro, ogni iniziativa governativa o legislativa si ispiri a questi elementari principi di libertà e democrazia che costituiscono la versione moderna dell’art. 11 della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino:

La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi per l’uomo: quindi ogni cittadino può parlare, scrivere, pubblicare in Rete liberamente, salvo a rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla legge.
Nessun sito internet può formare oggetto di sequestro o di altro provvedimento che ne limiti o impedisca l’accesso se non in forza di un provvedimento emesso dall’Autorità giudiziaria nell’ambito di un giusto processo.
L’attività di informazione on­line di tipo non professionistico e non gestita in forma imprenditoriale è libera ed il suo svolgimento non può essere soggetto ad alcun genere di registrazione o altro adempimento burocratico.
La disciplina sulla stampa e quella sull’editoria non si applicano alle attività di informazione on­line svolte in forma non professionistica ed imprenditoriale.
Nessuno deve venir molestato per le sue opinioni, fossero anche sediziose, purché la loro manifestazione non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla legge.

Firmato

1.Amici di Beppe Grillo di Roma
2.Artisopensource
3.Associazione Liber Liber
4.Associazione Linux Club Italia
5.Associazione Net-Left
6.Associazione Orchestra Panharmonikon
7.Associazione Partito Pirata
8.Associazione Il Secolo Della Rete
9.Associazione UnaRete
10.Associazione Wikimedia Italia
11.Flyer Communication
12.Free Hardware Foundation
13.Collettivo iQuindici
14.ISOTYPE
15.Istituto per le politiche dell’innovazione
16.Liberius
17.Movimento Scambio Etico
18.The house of love and dissent
19.Unione degli Studenti (U.d.S.)
Cos’è Frontiere Digitali
Frontiere Digitali è uno spazio di libera auto-organizzazione di persone e opinioni e nasce a Roma (Italia) nel dicembre del 2005, quale strumento collaborativo, per l’organizzazione della Settimana delle Libertà Digitali che ha avuto luogo dal 18 al 21 gennaio 2006. In seguito, il 28 marzo 2006, in occasione del convegno l’Innovazione necessaria: Creatività, cooperazione, condivisione, tante associazioni e singoli si sono incontrati confrontandosi sull’idea e sugli strumenti per sostenere e rafforzare questa rete di collaborazioni.