Aprile 3, 2012

post politico

Author: iQuindici - Categories: Meankia, Sassolini, Scritture - Tags: , , , , , ,

(nel senso che questo post è politico. Oppure che questo discorso è post-politico, viene dopo uno politico… vabbè, sono mbriaco di prima mattina)
Per motivi che non sto a raccontarvi mi trovo a scartabellare una raccolta dei discorsi parlamentari di un noto politico italiano. Ho trovato questo intervento che vorrei sottoporvi. Vi prego, non correte giù a cercare il nome dell’autore: leggete prima il testo, vi do solo l’inizio.

Dirò ancora una sola parola sulla questione del matrimonio delle telefoniste, perché sono convinto che essa dovrà tornar innanzi al Parlamento, per ragioni intuitive di senso morale. [Qui salto qualche riga] Si è poi creata una leggenda (io affermo senza dimostrare, perché il tempo non ci permette di discutere), si è creata una vera leggenda intorno alla incapacità al lavoro, che colpirebbe le telefoniste, dopo il matrimonio, durante la maternità.

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Dicembre 26, 2011

Noi stiamo con Femminismo a Sud

Author: iQuindici - Categories: Meankia, Sassolini, Scritture - Tags: , , , , , , , , , , , , , , ,

Arriviamo come sempre in ritardo, e a questo punto probabilmente la storia la sapete.
Il blog Femminismo A Sud ha pubblicato qualche giorno fa un post intitolato “Chi ha sdoganato Casa Pound” nel quale, tra le altre cose, presentava una lista di persone che avevano sottoscritto un appello in favore della libertà di manifestare di “Blocco studentesco” (emanazione studentesca di CasaPound).

Dopo che, pochi giorni dopo, è saltata fuori la lista nazista di quelli colpevoli di aiutare gli immigrati. E ovviamente a qualche bella testa è venuto in mente di dire che “la logica è la stessa, il linguaggio è lo stesso”. (anche tra chi è attento a tematiche femministe, come Marina Terragni)
Segue dibattito.

Palle, ovviamente. Primo, non è corretto dire che quella pubblicata da Femminismo a Sud sia “una lista dei nomi di quelli e quelle che hanno scelto di occuparsi di Casapound, che ne hanno scritto e ne hanno raccontato, quasi sempre non condividendone affatto l’impostazione politica e culturale. Quella lista può voler dire una sola cosa: questi giornalisti e intellettuali vanno individuati e “sanzionati” per quello che hanno scritto e detto, anzi, semplicemente per il fatto di avere scritto e detto, a prescindere dai contenuti.” In realtà, la lista era una lista di persone che non hanno “scritto” su CasaPound, ma hanno firmato un appello espressamente in favore dell’organizzazione e del suo diritto a manifestare le sue repellenti ideologie.
(mi ripugna linkare il sito di CasaPound, ma per amor di cronaca… [www.casapounditalia.org])

Secondo. Quand’anche fosse, il discorso è molto serio: certo che queste persone vanno inchiodate alle loro responsabilità. Se un tipo di Casa Pound è passato dalle idee di violenza alle pallottole è stato (anche, in parte) perché un mucchio di persone ha decretato che quelle idee avevano piena legittimità in democrazia. Qui non si discute del fatto di “raccontare il fenomeno” (com’è che diceva la Terragni? “altri ritengono che il fenomeno sia interessante e vada raccontato”). Si tratta di accoglierlo nel consorzio sociale. E, su questo, c’è poco da discutere: la parte da cui stare è una sola.

Io sto con Femminismo a Sud

Fin qui il pezzo che avevo scritto e sottoposto all’attenzione de* quindicin* qualche giorno fa (iQuindici postano al passo del cetaceo perché hanno una struttura profondamente democratica, ogni cosa va sottoposta alla discussione e approvazione ecc). Nel frattempo, però, son successe diverse cose in rete, e almeno una va detta: una dei giornalisti citati nel famoso post di Femminismo a Sud, Alessandra Di Pietro, ha pubblicato sul proprio blog il reportage sulle donne in CasaPound uscito su Gioia nel 2009. Certo, lamentarsi di essere esposta al giudizio di migliaia di persone perché il proprio lavoro è citato in un blog, dopo che lo stesso lavoro è pubblicato su una rivista che fa 200000 copie la settimana suona un po’ strano.

Altrettanto strane suonano le accuse di irresponsabilità, per aver esposto la giornalista alle rappresaglie “di una qualche testa calda che per sentirsi antifascista pensa di perseguitarmi (in rete, sotto casa, personalmente)“, ma da queste accuse le compagne di Femminismo a Sud si difendono benissimo da sole. (tra l’altro, quale delle due parti ha preso in mano una pistola e fatto una strage? CasaPound o chi li accusa?) Quello che invece mi preme sottolineare è come la Di Pietro rivendichi la propria storia personale come garanzia: “Io non sono fascista”, dice. E questo dovrebbe bastare a dimostrare che, pertanto, anche i suoi pezzi non lo siano.

Equivalenza errata, purtroppo. Se, in quanto giornalista, vuoi “raccontare il fenomeno”, di quel fenomeno devi cogliere la complessità. Specialmente se stai parlando di un movimento politico: i programmi, a parole, son tutti belli, se non sei tu cronista, con le tue domande, a far emergerne le contraddizioni. E invece la Di Pietro come se la cava? “Del fascismo storico abbiamo parlato poco, loro non ne avevano nessuna voglia.” Ah, ecco. Suppongo che anche se intervistassi Hitler, egli preferirebbe parlare della sua cinofilia e del suo convinto vegetarianesimo, piuttosto che dello stermino di milioni di persone. E Bernardo Provenzano? Anche lui un self-made man, dall’estetica retrò e di letture ricche ed eccentriche; se non sei tu a chiedergli conto dei bambini sciolti nell’acido e dei miliardi fatti con droga e traffico d’armi lui si presenta come uno che ha dato lavoro a tante persone e portato ordine nella sua città (tra l’altro, posti di lavoro dati a scapito di chi? Domanda che magari sarebbe carino farsi anche su CasaPound, il cui tanto lodato approccio sociale alla questione casa pare non sia stato esente da nepotismi - e comunque è indirizzato solo ai cittadini italiani).

Insomma, a maggior ragione se la Di Pietro non è fascista (e la sua storia personale - è vero - lo testimonia - io, da siciliano, ho una malata predilezione per la gente che scriveva sul primo Avvenimenti), il suo approccio modaiolo a un’organizzazione di fascisti, come se (ha detto qualcuno tra i commenti del suo blog) essere fascisti fosse una delle qualsiasi bizzarrie che si incontrano in una società libera, come l’ufologia o il free climbing - questo approccio, dico, manca i doveri del cronista. Si potrebbe rispondere che quello era l’unico approccio possibile su Gioia, che ospita articoli di costume e non inchieste di cronaca politica, o perlomeno la sua cronaca politica ha appunto un approccio da rivista femminile. Giustissimo, ma allora io obietto: te l’ha prescritto il medico di parlare di Casa Pound? Parla d’altro. Se porti i temi di “Godere” al pubblico di Gioia fai una grandissima operazione politica, se porti la fighetteria fascista esponi il fianco alla critica di essere non una “fiancheggiatrice”, come tu hai tendenziosamente scritto, ma una “sdoganatrice”, diceva il post incrimniato, di ideologie che facevano meglio a restare nella fogna.

E nemmeno vale, come hai fatto, continuare a sviare il problema: sì, ma se ci sono i motivi di chiudere CasaPound, perché dirlo adesso e non prima? E perché proprio CasaPound e non la Lega, non è altrettanto razzista la Lega? E non ci sono diecimila ragioni strutturali per cui il razzismo nel nostro quotidiano eccetera eccetera? Risposta: sì, giustissimo. E infatti Femminismo a Sud, iQuindici, e altre mille e mille piccole e grandi realtà di movimento si sono impegnate contro i fascisti adesso e anche prima, contro i fascisti dichiarati di CasaPound e anche contro quelli travestiti da neoliberisti o da regionalisti, contro le grandi azioni di governo e anche contro il piccolo sintomo nel linguaggio quotidiano.

D’altra parte, se giustamente osservi: “se un criminale si sente un eroe ad ammazzare due uomini neri non dobbiamo guardare solo al dito che ha premuto il grilletto ma anche a chi gli ha fatto credere che stava facendo qualcosa di giusto stando sbracato a sbraitare sulla poltrona di casa, sui sedili dell’autobus, per strada”, noi non possiamo che concordare. Solo, ci sembrava giusto farti notare che, tra quel “chi”, ci sei un po’ anche tu, che non gli hai detto “fai bene a sbraitare”, ma solo “quanto siete fighi quando sbraitate”.

Maggio 29, 2011

Solidarietà con Addiopizzo

Author: iQuindici - Categories: Sassolini - Tags: , ,

E’ stato imbrattato un ritratto di Giovanni Falcone realizzato da Addiopizzo su un muro di Catania.
Oltre alla nostra solidarietà con Addiopizzo e con l’intera parte civile della città, manifestiamo il nostro dolore per una cultura antimafiosa che non riesce proprio ad attecchire.

Naturalmente alla fiaccolata non siamo andati, perché geograficamente siamo lontani. Ma spero che chi c’era voglia considerarci spiritualmente vicini.

La notizia: [www.argo.catania.it]

Maggio 10, 2011

Notizie dal fronte democratico (?)

Author: iQuindici - Categories: Sassolini - Tags: , , , , ,

Chiudere la giornata con una manganellata in testa presa nei pressi di Piazza Maggiore a BO per mano di un lungimirante carabiniere in tenuta antisommossa in servizio per blindare lo spettacolare sproloquio, a cui volevo assistere, tra l’altro senza contestare, dei vari Bossi, Tremonti e compagnia bella che domenica sera hanno parlato (non so se il verbo sia quello giusto) in piazza per appoggiare il candidato sindaco Bernardini, non è esattamente quello che mi aspettavo (chi vi scrive è l’antitesi del contestatore/fomentatore), comunque tutto fa curriculum, basta essere vivi a raccontarlo. Nonostante il mio personalissimo incasso della serata, quello che più mi ha amareggiato (eufemismo) non è stata la carica che ha investito me e una collega quindicina che si è presa due pugni volontari e simultanei sui seni conditi da un “Troia!” sempre da un altro dei lungimiranti celerini, quanto, piuttosto, la selezione compiuta dalle forze dell’ordine sulle persone che volevano accedere alla piazza.

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Maggio 8, 2011

15 Park Row, New York

Author: iQuindici - Categories: Sassolini

Il Presidente Obama ha visitato Ground Zero, dopo essere stato alla caserma dei pompieri di Midtown Manhattan. La cattura e uccisione di Osama Bin Laden pare aver messo fine ad uno dei tanti capitoli della nostra storia. Il terrorismo non è sconfitto, ma il segnale di un’America che non perdona torna ad essere ben chiaro, dopo tanti fallimenti.

Obama si reca dunque a rendere omaggio alle vittime dell’11 settembre, incontra le famiglie delle vittime e tutto avviene in una giornata così tersa e luminosa che i commentatori si sono affrettati a paragonarla a quel terribile 9/11 di dieci anni fa, quando la tragedia si compì sotto un cielo immacolato.

Io ho abitato recentemente e per qualche tempo a neanche 100 metri da Ground Zero, al 15 di Park Row, prima di trasferirmi su una striscia di deserto, e lasciai New York sommersa dalla neve, a congelare tra venti di ghiaccio. Vederla in diretta tv, vedere quegli angoli di strada che percorrevo quotidianamente brillare al sole, mi ha fatto sentire come lontana da casa.

L’omaggio di Obama non poteva avvenire in una giornata più rappresentativa.

 

15 Park Row è un palazzo relativamente basso di circa 30 piani, finito di costruire nel 1899 in una New York che ancora non stava cambiando faccia sotto la mano pesante di Robert Moses (raccomando il tomo di Robert A. Caro, The Power Broker,  che vinse il Pulitzer nel 1975). Il palazzo lo si nota in tutte le foto d’epoca della zona, beato e dignitoso che guarda la City Hall.  Scelsi di stabilirmi lì tutto il periodo richiesto per comodità, andare al lavoro a piedi, ma c’erano anche quelle due cupole all’ultimo piano che mi ricordavano il tempio in cima al “palazzo di Ghostbusters” al 55 di Central Park West… insomma una scelta non convenzionale quella di risiedere in un palazzo tanto spamparagnato, con l’ingresso perennemente ostruito da ponteggi e quel via vai di nerd che popolano il famosissimo negozio di elettronica J&R.  Ma è così che alla fine si è dispiegato un piccolo destino, il mio, che ha voluto farmi fare i conti con un 11 settembre disertato.

Per me la Storia trova sovente una corrispondenza ad un livello intimo, personale, e la fine di Bin Laden è associabile alla fine di quelle persone che si gettarono dalle Torri Gemelle terrorizzate di morire bruciate. Ogni giorno per molti mesi, lungo la Broadway, il mattino verso Wall Street e la sera verso casa, sono passata a fianco di Ground Zero e ogni giorno ho ingoiato tutto il cinismo espresso quel lontano 11 settembre, quando con i Bush l’America si era fatta nemica il mondo intero. Non mi sentivo degna di piangere quei morti che ora mi pareva di vedere gettarsi dai grattacieli in fiamme, fantasmi che hanno popolato le mie notti in Park Row.

Notti sempre rumorose a Downtown, con i lavori frenetici ai grattacieli (sono cresciuti a vista d’occhio) e le incessanti sirene dei pompieri, che a Manhattan la fanno veramente da padroni.

La Storia dunque mi ha chiamata all’appello perché ne riconsiderassi i termini e il destino evidentemente ha seguito un percorso beffardo.

 

Come per tanti aspetti della vita in Lower Manhattan, al 15 Park Row anche l’impianto di riscaldamento è molto rumoroso, ma Nick il supervisor dagli occhi di ghiaccio non mi ha mai dato retta, “lavoro qui da quarant’anni e conosco il palazzo”. Così ha ignorato le mie segnalazioni guardandomi con aria noncurante traslocare inutilmente su piani diversi alla ricerca di silenzio, fino alla zampata finale quando disse ai suoi di buttare via le scatole giunte per il mio trasloco di rimpatrio. A Nick non fregava proprio niente di una stronzetta di passaggio. Lui era di New York e l’11 settembre deve averlo vissuto tutto, prima in quella splendente mattina azzurra e poi certamente tra i soccorsi all’entrata del palazzo, dove centinaia di persone avranno cercato riparo tra la cenere, l’angoscia e, come mi hanno raccontato alcuni testimoni, il terrore puro.

Ho pensato a Nick seduto di nuovo in quella hall al 15 Park Row, mentre il Presidente Obama deponeva una corona di fiori a Ground Zero, immaginando che se fossi ancora lì era giunto il tempo di chiedergli del suo 11 settembre.

Gennaio 26, 2011

Dalla parte della costituzione

Author: admin - Categories: Sassolini - Tags: , ,

Diffondiamo volentieri un’importante quanto lodevole iniziativa dei cittadini di Preganziol di cui siamo venuti a conoscenza.

dove: Biblioteca comunale di Preganziol

La società civile si ribella alla censura messa in atto dalla Giunta Regionale del Veneto e dall’Amministrazione Comunale di Preganziol che, creando un indice dei libri sgraditi e facendo sparire i volumi dai luoghi pubblici, limitano pesantemente la diffusione della cultura e del libero pensiero.
I cittadini di ogni cultura rivendicano il loro diritto ad essere informati e a poter scegliere e pretendono che nessuno limiti la loro libertà.

Per questo giovedì 27 gennaio alle ore 17 si invitano tutti coloro che hanno a cuore i diritti fondamentali di ogni cittadino, a recarsi presso la biblioteca pubblica di Preganziol, in via Gramsci, con una copia della Costituzione e una copia di un testo di Roberto Saviano, per richiedere il prestito dei libri “sgraditi“.

Stiamo dalla parte della Costituzione

Stiamo dalla parte di Saviano

Settembre 12, 2010

Mondadori. Interventi definitivi?

Author: iQuindici - Categories: Sassolini - Tags: , , ,

La questione si trascina oramai da tempo. Da troppo forse. Moltissimi scrittori che pubblicano con Mondadori sono recentemente intervenuti su Carmilla per chiarire le proprie posizioni, dopo che l’articolo di Mancuso aveva riaperto il dibattito.

Potete trovare la serie completa di tali interventi qui.

Noi ci limitiamo a inserire la risposta dei Wu Ming, lasciando che ognuno sia libero di formarsi la propria opinione a riguardo. All’interno dello stesso collettivo iQuindici, infatti, le posizioni sono discordanti. Pubblicare o meno per il Gruppo Mondadori? Questioni che, purtroppo, solamente in Italia siamo costretti a porci…..

*LA QUESTIONE EINAUDI + DUE O TRE COSETTE CHE I BOYCOTT BOYS NON SANNO*
> L’Einaudi non è Berlusconi, perché quest’ultimo passa, mentre l’Einaudi
> resterà. Resterà il catalogo, per dirla con Valter Binaghi,
> “poeticamente più sovversivo del mondo”. Resterà quel soggetto, quella
> voce nel dibattito culturale e civile.
> Quindi [...] bisogna TENER DURO, “resistere un minuto più del padrone”.
> Bisogna lottare dentro, per salvaguardare i margini e gli spazi di
> autonomia rispetto alla proprietà, per riequilibrare con mosse “buone”
> ogni concessione o cedimento, ogni eventuale “scivolone”. Date
> un’occhiata al catalogo e vedrete quali e quante sono le mosse “buone”.
> Abbiate un po’ di pazienza e vedrete, quest’autunno, alcune uscite
> strategicamente fondamentali.
> Perché dalle pagine culturali dei giornali (e siti) berlusconiani, molti
> scrittorucoli di destra attaccano soprattutto gli autori di sinistra che
> pubblicano con Einaudi o Mondadori? Magari chi non è dentro quel mondo
> non se ne accorge, ma è una vera e propria grandinata di lamentele e
> contumelie, e dura da anni e anni.
> La risposta è semplice: perché reclamano i nostri posti. Vorrebbero
> esserci loro al posto nostro, e si lamentano a gran voce: ma come?
> Quelle case editrici sono di proprietà di Berlusconi e proprio noi,
> autori berlusconiani, non abbiamo tappeti rossi srotolati davanti ai
> nostri piedi e ancelle che ci precedono gettando petali di rosa?
> Questi sgomitano con violenza, da anni. Ma l’Einaudi non li pubblica e
> in genere non li pubblicano nemmeno le collane più prestigiose di
> Mondadori, perché i capi-collana come Repetti e Cesari in Einaudi o
> Brugnatelli in Mondadori non sono yes-men. Così si riesce, non senza
> sbavature ma comunque ci si riesce, a salvaguardare il catalogo.
> Se chi in Mondadori non la pensa come Berlusconi uscisse dal gruppo
> editoriale, quei posti verrebbero /presi all’istante/ da yes men. Al
> posto dei libri di Saviano o di Cantone, nella collana “Strade Blu” di
> Mondadori vedremmo quelli di svariati scalzacani.
> Ma è doveroso portare la logica del boicottaggio un po’ più in là, fino
> alla massima coerenza.
> Se tutti gli autori che osteggiano Berlusconi uscissero dall’Einaudi,
> come sembrano auspicarsi i Boycott Boys, significherebbe soltanto
> DISTRUGGERE L’EINAUDI, senza peraltro sconfiggere Berlusconi, che in un
> paese di non-lettori come questo non vedrebbe in alcun modo intaccato il
> suo consenso di massa, consenso che ha presso persone che NON leggono
> libri Einaudi.
> E così, alla fine del ciclo berlusconiano, ci ritroveremmo senza
> l’Einaudi. Avremmo distrutto una delle più prestigiose case editrici di
> sinistra, e un pilastro storico della cultura antifascista in Italia.
> Bel risultato! Tutto questo perché si è presa una scorciatoia, perché si
> è sacrificato il lungo periodo alle pressioni della contingenza. Ma che
> senso ha?
> Il boicottaggio è uno strumento importante, ma per metterlo in pratica
> servono dei requisiti. Uno dei quali è: conoscere l’industria che vuoi
> boicottare. Infatti chi promuove il boicottaggio alla Nike sa tutto di
> quest’ultima, sa dove sono gli stabilimenti, conosce gli organigrammi,
> segue le dichiarazioni dell’amministratore delegato, etc.
> Nel caso di questo boicottaggio agli autori Mondadori ed Einaudi, questo
> requisito manca totalmente. In giorni e giorni di perlustrazione della
> rete, non [abbiamo] trovato una presa di posizione una (nemmeno una!)
> che faccia pensare a una benché minima conoscenza dell’Einaudi, della
> sua storia, del suo catalogo, di cosa si muove là dentro, di quali siano
> gli equilibri. Non solo: chi promuove questo boicottaggio sembra NON
> SAPERE NULLA DI EDITORIA, tout court. Sfuggono i meccanismi basilari,
> manca l’ABC [...] si schiaccia totalmente l’Einaudi sulla Mondadori e
> quest’ultima su Berlusconi.
> Così facendo, si danneggia in primo luogo chi, come noi e tantissime
> altre persone, là dentro cerca di lavorare per un’Einaudi post-Mondadori
> e post-Berlusconi.
> Credete che sia una cosa facile, soprattutto di questi tempi, ribadire
> che si continuerà a lavorare con l’Einaudi finché sarà possibile (finché
> qualcuno non ci caccerà)? Pubblicare con Einaudi sta diventando la
> scelta più impopolare in una fase di populismo acuto e di capi
> carismatici [...] Fatevi un giro nei forum, nei blog, nei profili
> Facebook che fanno riferimento a grillini, BoBi e dintorni. E’ tutta
> un’ingiuria contro di noi, contro Lucarelli, contro Saviano e mille altri.
> Bene, noi non ci facciamo intimidire, serve anche e soprattutto il
> coraggio di essere impopolari. Solo che il danno sarà sistemico:
> aumenterà la quantità di veleni e di falsi problemi agitati come drappi
> rossi di fronte a masse in cerca di semplificazione delle questioni.
> Anche se questo boicottaggio fallirà (perché è stupido e mal concepito),
> il gioco non sarà a somma zero. Ne usciremo con sempre più divisioni “a
> sinistra”, e con una lacerazione dei rapporti tra intellettuali e masse
> (e stavolta, almeno per una volta, NON sarà colpa degli intellettuali).
> Non c’è sito o blog dove si discuta di questo tema in cui gli scrittori
> (e, attenzione, /soltanto loro/) non vengano chiamati in causa.
> Infatti, nessuno ha ancora chiesto agli editori “virtuosi” di boicottare
> le librerie Mondadori rifiutandosi di mandarci i libri che pubblicano, o
> di boicottare la distribuzione Mondadori non affidandole gli scatoloni.
> Del resto, anche gli editori concorrenti più “barricaderi” si guardano
> bene dal farsi avanti con un /beau geste/ di questo tipo, che pure
> sarebbe molto più clamoroso e di sostanziale impatto della tanto
> reclamata diserzione di questo o quell’autore.
> Nessuno ha chiamato in causa editor e capi-collana etc. Tutti i
> chiamanti in causa hanno chiamato in causa gli autori.
> Che non si sono tirati indietro, e hanno fatto bene a rispondere,
> ciascuno a suo modo.
> Come fanno bene a spiegare alcune cose che sfuggono al “general public”
> e, soprattutto, sfuggono ai Boycott Boys.
> Ad esempio, che la famiglia Berlusconi è azionista del gruppo
> Rizzoli/RCS <http://bit.ly/bgyayR>. Non solo è azionista direttamente,
> ma esercita un controllo azionario indiretto, dato che l’azionista di
> maggioranza è Geronzi.
> Non si contano le volte al giorno in cui, qui o là, veniamo invitati a
> lasciare Mondadori e addirittura Einaudi “perché è di Berlusconi”, e ci
> sentiamo dire che “esistono altri grandi editori, come Rizzoli”. Tra
> l’altro, ehm, noi per Rizzoli pubblichiamo già.
> E via così, col pilota automatico, ignorando davvero troppe cose.
> Proviamo a farci questa domanda: chi boicotta la Nestlé, dove le ha
> attinte le informazioni su quest’ultima? La risposta è abbastanza
> semplice: ha studiato. Ha letto le pagine di economia, ha perlustrato il
> sito e le comunicazioni ufficiali dell’azienda, ha socializzato tra
> tante persone saperi parziali che, un po’ alla volta, hanno composto un
> quadro generale. Idem per la Nike e tutte le altre campagne di
> boicottaggio. Idem per i pompelmi israeliani. Un boicottaggio non si
> improvvisa alla carlona, mettendo su un sito in 24 ore e invitando la
> gente a fare mail bombing a casaccio. L’Annosa Questione esiste da
> quindici anni, c’era tutto il tempo, da parte di chi l’ha sollevata, di
> fare ricerche, compilare dossier e “libri bianchi”, leggersi libri di
> storia dell’editoria (in questo thread abbiamo fornito parecchi link).
> Con tutta evidenza, questo è un lavoro che nessuno ha fatto.
> [...] Se un autore che pubblica per il gruppo Mondadori decidesse di
> smettere di farlo, priverebbe il gruppo stesso dei proventi derivati
> dalla vendita dei suoi libri? Solo parzialmente. La percentuale del
> prezzo di copertina che spetta all’editore in effetti finirebbe nelle
> tasche di un’altra casa editrice, ma questa è solo una fetta della
> torta. Infatti il gruppo Mondadori è anche azionista di maggioranza del
> principale distributore di libri italiano, nonché titolare di una delle
> due più grosse catene di bookstore del Belpaese. Significa che se si
> volesse evitare di portare soldi nelle tasche della famiglia Berlusconi
> bisognerebbe anche chiedere al proprio nuovo editore di non affidare la
> diffusione dei propri libri al suddetto distributore e di non venderli
> nei bookstore della catena Mondadori. Altrimenti sarebbe un boicottaggio
> parziale: vale a dire una contraddizione in termini.
> E’ significativo che Mancuso, nella sua ingenuità, non abbia nemmeno
> preso in considerazione la faccenda, proprio mentre ancora oggi su
> Repubblica ripropone la questione mettendo al centro l’aspetto
> prettamente economico (”a chi faccio fare i soldi con i miei libri?”).
> Questo dimostra una volta di più quanto i fautori del boicottaggio alla
> Mondadori ignorino i meccanismi dell’industria editoriale italiana e
> siano piuttosto in cerca di bei gesti di delegittimazione del tiranno.
> Il desiderio di semplifcazione che ormai ha contagiato la società
> italiana è il principale sintomo della vittoria psichica del
> berlusconismo. Ma la realtà resta più complessa e non si può districare
> con i bei gesti, solo con pratiche di resistenza lenta e duratura.
> Le pratiche di resistenza pertengono al modo in cui si decide di
> svolgere il proprio mestiere di scrittori. E questo riguarda il
> contenuto di ciò che si scrive; come si affronta il problema
> dell’estinzione dei lettori, o quello dell’impatto ecologico della
> propria attività, o ancora quello della fruizione dei testi letterari;
> insomma il tipo di cultura e di consapevolezza che si alimenta

Agosto 23, 2010

“Ad aziendam” : si riapre il dibattito (mai chiuso) su Mondadori.

Author: iQuindici - Categories: Sassolini

Un articolo di Massimo Giannini e uno di Vito Mancuso hanno riaperto sul finire di questa estate il dibattito su Mondadori. Riportiamo qui di seguito l’intervento di Mancuso lasciando ognuno libero di formarsi una propria opinione a riguardo ed eventualmente di esprimerla.

di Vito Mancuso

Da quando ho letto l´articolo di Massimo Giannini giovedì scorso 19 agosto non ho potuto smettere di pensarci. Ho provato a fare altro e a concentrarmi sul mio lavoro, ma dato che in questi giorni esso consiste proprio nella stesura del nuovo libro che a breve dovrei consegnare alla Mondadori, mi è sempre risultato impossibile distogliere dalla mente i pensieri abbastanza cupi che vi si affacciavano. La domanda era sempre quella: come posso adesso, se quello che scrive Giannini corrisponde al vero, continuare a pubblicare con la Mondadori e rimanere a posto con la mia coscienza? Come posso fondare il mio pensiero sul bene e sulla giustizia, e poi contribuire al programma editoriale di un´azienda che a quanto pare, godendo di favori parlamentari ed extra-parlamentari, pagherebbe al fisco solo una minima parte (8,6 milioni versati) di un antico ed enorme debito (350 milioni dovuti)? Come posso fare dell´etica la stella polare della mia teologia e poi pubblicare i miei libri con un´azienda che non solo dell´etica ma anche del diritto mostrerebbe, in questo caso, una concezione alquanto singolare?
Io sono legato da tempo alla Mondadori, era il 1997 quando vi entrai come consulente editoriale della saggistica fondandovi una collana di religione e spiritualità, poi nel 2002 ebbi l´onore di diventarne autore quando il comitato editoriale accettò il mio saggio sull´handicap come problema teologico, onore ripetuto nel 2005 e nel 2009 con altri due libri. Conosco bene i cinque piani di palazzo Niemeyer a Segrate, gli ufficiopen-space, i corridoi interminabili dove si incontra chiunque (scrittori, politici, cantanti, calciatori, scienziati, matematici, preti, comici…), la mensa dove per parlare con il vicino spesso bisogna gridare, il ristorantino vip, lo spaccio dove si comprano i libri a metà prezzo, le redazioni dei settimanali e dei femminili, l´auditorium dove presentavo ai venditori i libri in uscita e di recente il libro che sto scrivendo. So dove si trovano le macchinette del caffè, luogo di ritrovi e di battute, e di gara con gli amici a chi mette per primo la monetina. Ecco, gli amici. Impossibile per me parlare della Mondadori e non rivedere i loro volti e non provare ancora una volta ammirazione e stima per la loro professionalità. Perché questo anzitutto la Mondadori è: una grande azienda di brillanti professionisti. Del resto a parlare sono i titoli e i fatturati, sono i lettori italiani che continuano a premiare con le loro scelte il lavoro di un´editrice che va avanti dal 1907. Un lavoro in grado di vincere anche in qualità, basti pensare alla collezione dei Meridiani, ai Meridiani dello Spirito, ai classici greci e latini della Fondazione Valla. E se uno avesse dei dubbi, prenda in mano il catalogo degli Oscar e di sicuro gli passeranno, perché si ritroverà tra le mani una vera e propria enciclopedia della scienza editoriale in compendio.
Per questo il mio dubbio, dopo l´articolo di Giannini, è pesante. Leggendo ho appreso che non si tratta più di accettare una proprietà che può piacere oppure no ma che non ha nulla a che fare con le scelte editoriali, cioè con l´azienda nella sua essenza. Stavolta è la Mondadori in quanto tale a essere coinvolta, non solo il suo proprietario per i soliti motivi che non hanno nulla a che fare con l´editoria libraria. Quindi stavolta come autore non posso più dire a me stesso che l´editrice in quanto tale non c´entra nulla con gli affari politici e giudiziari del suo proprietario, perché ora l´editrice c´entra, eccome se c´entra, se è vero che di 350 milioni dovuti al fisco ne viene a pagare solo 8,6 dopo quasi vent´anni, e senza neppure un euro di interesse per il ritardo, interessi che invece a un normale cittadino nessuno defalca se non paga nei tempi dovuti il bollo auto, il canone tv o uno degli altri bollettini a tutti noti.
Eccomi quindi qui con la coscienza in tempesta: da un lato il poter far parte di un programma editoriale di prima qualità venendo anche ben retribuito, dall´altro il non voler avere nulla a che fare con chi speculerebbe sugli appoggi politici di cui gode. Da un lato un debito di riconoscenza per l´editrice che ha avuto fiducia in me quando ero sconosciuto, dall´altro il dovere civico di contrastare un´inedita legge ad aziendam che si sommerebbe alle 36 leggi ad personam già confezionate per l´attuale primo ministro (riprendo il numero delle leggi dall´articolo di Giannini e mi scuso per il latino ipermaccheronico “ad aziendam”, ma ho preso atto che oggi si dice così). A tutto questo si aggiunge lo stupore per il fatto che il Corriere della Sera, gruppo Rizzoli principale concorrente Mondadori, finora abbia dedicato una notizia di poche righe alla questione: come mai?
Nella mia incertezza ho deciso di scrivere questo articolo. Spero infatti che a seguito di esso qualcuno tra i dirigenti della Mondadori possa spiegare pubblicamente cosa c´è che non va nell´articolo di Giannini, perché e in che cosa esagera e non corrisponde a verità. Io sarei il primo a gioirne. Spero inoltre che anche altri autori Mondadori che scrivono su questo giornale possano dire come la pensano e cosa rispondono alla loro coscienza. Sto parlando di firme come Corrado Augias, Pietro Citati, Federico Rampini, Roberto Saviano, Nadia Fusini, Piergiorgio Odifreddi, Michela Marzano… Se poi allarghiamo il tiro alle editrici controllate interamente dalla Mondadori (il che, in questo caso, mi pare oggettivamente doveroso) arriviamo all´Einaudi e a nomi come Eugenio Scalfari, Gustavo Zagrebelsky, Adriano Prosperi… Sono tutte personalità di grande spessore e per questo sarei loro riconoscente se contribuissero a risolvere qualcuno dei dubbi sollevati da questa inedita legge ad aziendam nella coscienza di un autore del Gruppo Mondadori.

Agosto 6, 2010

I cani di N’Djamena

Author: iQuindici - Categories: Sassolini

Di rado, e solo in caso di guerra civile, si sente parlare di N’Djamena.

Il primo impatto con la capitale del Ciad l’ebbi nelle mie frequentazioni con Dialogo NordSud. La rivista di Michele Achilli ne raccontava durante la guerra tra Libia e Ciad e quando si interruppe la pubblicazione, lontana dal tempo di internet, per mesi mi sono presentata in edicola sperando di ritrovarla sugli scaffali, come una Elettra sulla tomba del padre.

Andai successivamente a N’Djamena, altre occasioni, altri interessi, con però impresse nella memoria le fotografie ipnotiche dell’esercito di Hissène Habré, sulle camionette a fucili spianati. Ora non visito N’Djamena da tanto tempo e rileggo Viaggio al Congo e Ritorno dal Ciad di André Gide, che nel 1927 scriveva “Fort Lamy. Com’è brutto! E come è triste!”.

Che destino… dopo circa quarantacinque anni la città cambia nome, le ci si rivolge come ad una donna, i 9000 abitanti di allora sono diventati quasi un milione e nonostante la preferenza incondizionata che provo per N’Djamena, resta davvero una delle più brutte città che abbia mai visitato.

I primi giorni a N’Djamena solitamente li ho trascorsi ospite in una casa di suore giapponesi (non scherzo), in uno stabile nel centro della capitale che serve da anni viaggiatori verso missioni religiose, alla ricerca del senso della vita, lavorando a progetti di cooperazione, aiuti. Facendo parte anche io di questa genìa di globe trotter infusa di ideali umanitari e dovendo in genere attendere una macchina che mi portasse nel sud del paese, ero solita bivaccare nel recinto della casa, discorrendo con gli altri ospiti, tutti bianchi, tutti ispirati, rapita dalla varietà dell’esistenza.

Una sera converso a lungo con i medici Ambrogio e Mario, di stanza a Goz Beida, che ritrovo successivamente sia a N’Djamena e sia su diversi reportage, quando la pressione degli oltre 250.000 rifugiati dal Darfur ha reso quell’avamposto dimenticato da Dio il centro di interessi tragici. I due medici non ricorderanno certamente me, una confusa e piuttosto stupida idealista, indistinta tra le decine di volontari, ma io sì che li ho ben presente. La notte che segue è ancora lontana dalla ferocia dei Janjawid che modificherà gravemente gli assetti ad est del Ciad, ma per la mia mente quella notte è testimone come di una osmosi. Sarà che la trascorro a vomitare il polpettone preparato dalle suore, quello del venerdì sera. Sarà che così mi trascino tra il letto e il bagno, schiacciata dal cigolio ossessivo delle pale sul soffitto, sarà che vomito l’anima e che pure ascolto la mia vicina di letto, medico, anche lei per un breve periodo in Ciad, raccontare dei suoi progetti di lavoro nell’ospedale a Goundi e che mi propone delle pastiglie per fermare il vomito, che non prendo. Sarà che sono febbricitante e ho quasi le allucinazioni.

Giaccio sulla branda di ferro, sudata e impaurita dal dolore allo stomaco, nella città immersa nel buio ascolto branchi di cani darsi il verso l’un l’altro attraverso i quartieri, marcando le strade, guaendo senza pausa. Un attimo il silenzio, poi qualche ringhio e in un crescendo di latrati capisco che a un manipolo di randagi si sono aggregati altri cani e posso immaginarli, padroni assoluti delle strade, fiancheggiate invece che dai marciapiedi dalle fogne a cielo aperto. L’eco del loro girovagare notturno mi riconsegna l’abbandono in cui versa N’Djamena, che in quella notte mi appare più che mai desolata. Li seguo spostarsi in branco da una parte all’altra della capitale, sono turbata al pensiero di chi, chiuso nelle precarie dimore, deve difendersi anche da questo.

Quei cani di N’Djamena che hanno abbaiato in continuazione fino all’alba mi rimandano alla barbarie non solo del Darfur, ma delle guerre civili che la città ha subito ripetutamente anche dopo Habré, come fosse una profezia di morte e di abdicazione. Così come il nostro Governo sta abdicando oggi, approvando in Senato la riduzione dei contributi italiani alla missione in Darfur, a favore della presenza in Afghanistan.

“Fort Lamy. Com’è brutto! E come è triste!”.

Luglio 26, 2010

La Love Parade deve continuare

Author: iQuindici - Categories: Sassolini

A vederli nel tunnel, come vitelli instradati prima del macello, la rabbia diventa furia. 

Sono passate 48 ore dalla morte di 19 giovani alla Love Parade e la rabbia non passa.

Di quei giovani non frega niente a nessuno.

Questa civiltà decadente di piccolo borghesi guarda la partecipazione ai concerti con aria di sufficienza “ noi si che andavamo ai concerti tosti” e osserva quei ragazzi che appaiono troppo per bene e poco credibili nel loro bisogno di musica e di sballo. Eppure ne muoiono ogni settimana di sballo, eppure i concerti si susseguono con milioni di persone che cantano e sono felici di essere lì.

 

A Duisburg sono morti per indifferenza. Le misure di sicurezza sono state pensate per un gregge che poteva essere guidato da qualche cane da guardia. Non cittadini con il diritto a muoversi e spostarsi in Duisburg su percorsi da loro scelti, non giovani cui garantire sicurezza in un contesto critico, non ragazzi con le loro paure.

Il panico è micidiale e non bastano gli avvertimenti di chi la strada la conosce “quando sei in una situazione di massa in panico, cerca un angolo, mettiti contro un muro e non muoverti”, la paura è sorprendente e incontrollabile. L’indifferenza delle autorità diventa però omicidio.

E’ l’indifferenza di una società e di una politica che non sa cosa farsene dei giovani, che nel ranking della spesa per istruzione scolastica risulta tra il 70 e 80 esimo posto nel mondo, con tassi negativi di crescita della popolazione, con il fastidio verso bambini e ragazzi il cui futuro è stato eroso dalle generazioni precedenti, da noi.

 

Gli organizzatori hanno annunciato che con Duisburg finisce la Love Parade, vorrei che non fosse così, che la paura non immobilizzasse il bisogno di perdere il controllo, di musica ad alto volume, perchè siamo stanchi noi degli appartamenti a luci soffuse, della misura nel dialogo e della padronanza dei gesti.