Aprile 4, 2012

L’eroe dell’imboscata di via Rasella

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iQuindici salutano orgogliosamente il compagno Rosario Bentivegna (1922-2012), eroe di una guerra che non ha voluto.
Siamo d’accordo, no alla guerra, no alla violenza, ci avete dato degli imbelli degli antipatrioti delle femminucce e dei codardi per anni a causa delle nostre posizioni pacifiste. Ma una volta accettata la logica della guerra, non si mettono sullo stesso piano gli eroi e gli assassini. Bentivegna e il suo gruppo, il Gap “Carlo Pisacane”, sono eroi ed eroine.
La grottesca serie di vicende giudiziarie che lo hanno avuto come protagonista ci costringono però a tirare fuori questa semplice verità: non ha nessunissima importanza che Bentivegna abbia vinto una causa dietro l’altra. Direttori di quotidiani, figure istituzionali, gente informata che non può non conoscere i fatti, né i pronunciamenti della magistratura, continua a spargere merda sul Bentivegna e su tutto il “Pisacane”, non per ignoranza, non perché non siano consapevoli delle implicazioni di quello che vanno scrivendo, ma per pura e semplice antipatia verso chi è o è stat* antifascista.
Bisogna dirlo a chiare lettere: queste persone, siano ex presidenti di regione, direttori di giornali vicini a partiti di maggioranza, consiglieri circoscrizionali, non si riconoscono nei valori dell’antifascismo che si suppone siano fondanti del nostro paese; se il paese nato dalla Resistenza fosse un posto serio, queste persone sarebbero già fuori del consesso civile.
Purtroppo, si è ormai deciso di interpretare la libertà di stampa e di opinione come una mancata assunzione di responsabilità: non c’è nessuna differenza tra esprimere un’opinione sui temi della politica e difendere il fascismo contro la democrazia, tanto nessuno ti chiede mai di render conto delle tue parole. Ma, dirà qualcuno, se chiedete un controllo sulle opinioni che la gente esprime, dove va a finire la democrazia? Non diventate simili agli stessi fascisti che dite di voler combattere?
No, rispondiamo. Noi non vogliamo che queste persone vadano in galera, che siano picchiate né in alcun modo punite per legge per le loro opinioni. Le responsabilità penali non sono le uniche che esistano in una società. Sempllicemente, nessuno dovrebbe più comprare una copia dei loro giornali, non dovrebbero mai più ricevere un voto in nessun tipo di elezioni. Questo è però un ideale irraggiungibile: ci accontenteremmo se la coscienza de* cittadin* tornasse a confinare questi giornali e questi candidati nel loro ambiente: la fogna.

Gennaio 19, 2011

Ancora sulle liste di proscrizione per libri: aggiornamento

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La cosa, com’era auspicabile, pare non esser passata. Il presidente della provincia ha preso le distanze dal suo assessore:

“Ritengo che quella di Speranzon sia un’iniziativa a titolo personale e non espressa nel suo ruolo istituzionale. Qualora presentasse la proposta in giunta, sappia che la provincia di Venezia non la sosterrà. Le biblioteche sono un luogo libero”.

Il che non può considerarsi soddisfacente. Intanto non si capisce in che modo un assessore possa intervenire su un tema inerente la sua amministrazione di competenza, inviando lettere agli amministrati, in veste che non sia quella istituzionale.

Secondo, il problema, nel caso non fosse chiaro, non è l’atto amministrativo. E’ l’atteggiamento intimidatorio. Il fatto che gli organizzatori facciano una conferenza congiunta col rappresentante di un sindacato di Polizia. Chi prende le distanze da questo inaccettabile assessore? Il suo partito? La coalizione? La sua base elettorale?
Il fascismo, prima ancora che essere un problema amministrativo, è un problema di sensibilità del popolo, e noi ci siamo dentro fino al collo: ognuno merita il regime che sopporta. E, se non lo vogliamo, non abbiamo che da non soppportarlo.

E poi, era ovvio che un’enormità del genere non poteva passare al primo colpo. Stiamo attenti, però, a non permettere che simili violazioni del diritto di espressione entrino nel campo del ‘normale’ dibattito politico. La diffusione, come si suol dire, del ‘meme’ è rischiosissima. Tra un po’ ci riproveranno: non facciamoci trovare impreparati.

Gennaio 18, 2011

Fahreneit 451

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Il blog è stato poco attivo in questi mesi. Semplicemente, rischiamo di morire per mancanza di fondi e siamo stati impegnati a discutere come reperire un po’ di soldi – ordinaria amministrazione insomma. Poi però succede un fatto, e ci sentiamo in dovere di intervenire.

Il fatto è questo. Un consigliere comunale di un comune italiano ha lanciato una iniziativa (lui la chiama così), subito fatta propria dall’assessore provinciale alla cultura, che vuole imporla a tutti i comuni della provincia. E coinvolegere anche tutta la regione. E se possibile allargarla a tutta Italia. L’iniziativa è questa: rimuovere dalle biblioteche pubbliche i libri di tutti gli autori che hanno firmato nel 2004 la petizione per la liberazione di Cesare Battisti, dichiarandole ufficialmente ‘persone sgradite’. Ovviamente l’assesssore non può, alla lettera, ‘imporre’ una cosa del genere. Ha però precisato che i comuni che si dovessero tirare indietro «se ne assumerebbero la responsabilità».

Questo, bisogna dirlo a chiare lettere, è un atto di fascismo. In quanto lettori e frequentatori di biblioteche, in quanto persone che hanno a cuore la cultura di questo paese, vogliamo esprimere la nostra solidarietà ai bibliotecari, grandi operatori culturali, al cui fianco resisteremo se vorranno opporsi contro questa non tanto velata minaccia. Minaccia, sì: quali responsabilità dovrebbero assumersi? In che termini dovranno rispondere? Mancheranno i fondi? I patrocini? Ci saranno campagne stampa? E, dato che il Coisp, sindacato di Polizia, ha fatto immediatamente propria l’iniziativa, bisogna temere anche ritorsioni dalle forze dell’ordine?
E, naturalmente, saremo al fianco degli scrittori proscritti. Bollati come “complici del terrorismo”. (Anche se, come al solito, ci si affretta a esecrare «che si continui a parlare di Battisti come di un terrorista: è solo un feroce assassino»).
Ora, noi naturalmente non siamo nella posizione di accusare o difendere Battisti. Il dubbio che egli non abbia effettivamente ucciso quelle persone, né avuto un equo processo, rimane. E poi, se si ammette che il processo, comunque, nell’ambito delle leggi vigenti all’epoca, è stato regolare, come se la legalità procedurale, in sé e per sé, bastasse a garantire la giustizia, non si può non ammettere che con altrettanta legittimità una potenza straniera che ha un ordinamento e una tradizione giuridica diversa dalla nostra, e al quale il nostro Paese riconosce la sovranità, può, altrettanto legalmente, decidere altrimenti su una fattispecie giurisdizionale. Ma qua, è importante precisarlo, il caso Battisti non c’entra niente. Stiamo parlando di un’altra cosa: intellettuali che hanno espresso una opinione, e per questo le loro opere vengono rese irreperibili. Si sta discutendo se sia legittimo che, per le colpe anche dell’uomo più esecrabile (foss’anche Mussolini), sia lecito ridurre al silenzio le sue opere e le persone che le diffondono (nel caso, il senator Dell’Utri), accusando del concorso morale nelle sue colpe anche le persone che gli dimostrano solidarietà (si è mai sentito dare del mafioso, assessore? Perché i più acuti dei nostri lettori hanno già indovinato di che partito è lei).
Sia chiaro, sia chiaro: non stiamo suggerendo di allargare la censura: vogliamo solo mostrare come, una volta fatto passare questo principio pericolosissimo, non si sa dove si va a finire. Forse è meglio lasciarle lavorare, le biblioteche, e lasciare che la gente li legga, i libri.

A proposito, per chi non lo ricordasse, le opere di almeno tre degli autori di questa lista nera non corrono il rischio di diventare irreperibili. Sono i romanzi di Girolamo De Michele e di Giulia Fazzi e i racconti di Paolo Stelluti, e le potete scaricare gratis dalla nostra, di biblioteca, quella copyleft. Almeno finché non ci buttano fuori dal server per morosità: quest’anno abbiamo pagato, ma il prossimo? …espropri proletari?

La notizia: http://ilgazzettino.it/articolo.php?id=134755&sez=NORDEST
Il testo della lettera: http://www.gazzettino.it/articolo_app.php?id=35710&sez=NORDEST&npl=&desc_sez=
Per saperne di più sul caso Battisti: http://www.carmillaonline.com/archives/2009/01/002924.html#002924
Perché, quand’anche avesse creduto alla sua colpevolezza, il Brasile non avrebbe comunque estradato Battisti: http://www.gennarocarotenuto.it/14736-cesare-battisti-e-la-mancata-estradizione-di-lula/ (salvo qualche riserva sull’affermazione dell’autore che sostiene «il fatto che, sia pure con una serie di ombre, la democrazia italiana seppe affrontare sul piano penale e non su quello della violazione di massa dei diritti umani il cosiddetto terrorismo rosso»)
Il famoso appello: http://www.carmillaonline.com/archives/2004/02/000611.html#000611
con relative firme: http://www.carmillaonline.com/archives/1500_firmatari.html
La nostra biblioteca copyleft: http://www.iquindici.org/download.php
Ah, poi ci sarebbero i nostri fratelli grandi, i WuMing: anche da loro tutto scaricabile dal sito,
http://www.wumingfoundation.com/italiano/libri.html
Sul loro blog, gli scrittori organizzano la resistenza: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=2572

Maggio 3, 2010

Idea di Nazione, ma in quale lingua?

Author: iQuindici - Categories: Senza categoria

Da un articolo uscito su Vibrisse, intitolato “Un’idea di Nazione” (lo potete trovare qui: http://vibrisse.wordpress.com/2010/04/27/unidea-di-nazione/) si è sviluppato un acceso scambio di idee tra Marco Candida e due nostri quindicini sul reale valore della “cultura del doppiaggio” in Italia.

Di seguito vi riportiamo il primo intervento-risposta del quindicino Matteo, invitandovi a seguire il resto su Vibrisse.

Vorremmo infatti proporre, presto, un sondaggio on-line (magari insieme ad altri siti) sulla differenza tra una cultura del doppiaggio ed una dei sottotitoli. Come cambia l’approccio alle storie e la loro fruizione? E in quale maniera si ristruttura, in questo senso, il peso e l’influenza di una cultura su di un’altra?

Buona lettura e… stay tuned.

Ciao Marco, ciao Giulio,
io sono rientrato in Italia dopo quasi 5 anni di vita all’estero, non in USA ma tra Australia e Nuova Zelanda. Il risultato di questo lungo soggiorno e’ stato essere esposto alla produzione in lingua inglese (dagli States all’Inghilterra, dall’Australia alla Nuova Zelanda, appunto, fino al Sud Africa etc) in una maniera differente da quanto avveniva in precedenza. Guardavo David Letterman e altri show americani, ma anche show della bbc e serie televisive varie. Ho trovato che la dialettica che si instaura all’interno del “mondo in lingua inglese” e assai piu’ vivace di quanto avviene in Italia.Ne deriva anche una maggiore creativita’, un piu’ spiccato senso della sperimentazione e una piu’ forte certezza nella propria identita’.
Esempio.
Mi capitava di vedere House, e al telefono con mia madre scoprivo che anche lei lo seguiva. Stessa cosa dicasi per CSI, Desperate housewives, NCIS, Heroes, Lost, eccetera eccetera…. Ho cosi’ realizzato (cosa che avrei dovuto sapere gia’ da prima, ma che finche’ vivevo in Italia non avevo pienamente compreso) che moltissimi italiani seguono serie televisive che con l’Italia, la cultura, la tradizione, l’identita’ italiane non hanno nulla a che vedere. Cose che sono divenute parte del nostro immaginario senza essere state tratte dalla nostra vita quotidiana. Parlando con un amico sceneggiatore, poi, ho scoperto che la maggior parte di queste serie in Italia non sono fatte 1 per mancanza di soldi, 2 per assenza di coraggio (cosa ben piu’ importante). Infatti, verita’ risaputa, una serie come House o Lost non sarebbe mai accettata da nessun produttore nostrano, perche’ troppo fuori dagli schemi. (incredibile a dirsi, visti gli ascolti).
Concludo il mio ragionamento.
Di ritorno in Italia trovo una nazione priva di una identita’, in cui nessuno sa piu’ in cosa riconoscersi. Il panorama politico e il crollo delle ideologie sono semplici cartine di tornasole di un processo di “spersonalizzazione” cominciato anni fa, (Pasolini, esatto….).
Mia madre, insomma, senza realizzarlo (infatti tutti i protagonisti delle serie televisive sopra citate parlano un italiano perfetto), si nutre di qualcosa che non le appartiene, e di cui non fa parte. Vede un mondo in cui non vive ma si convince di esserne parte. Tante’ che non si accorge nemmeno, (non nel senso piu’ ampio del termine) che la nostra colazione e’ cappuccino e pasta e non bacon and eggs o pancakes. Accetta quello che vede senza filtri. Non si vede.
Mi e’ venuto in mente un esperimento, che qui propongo a mo’ di sondaggio on-line:
e se da domani tutte le serie televisive in lingua inglese smettessero di essere doppiate? Se si passasse d’un tratto ai sottotitoli. Se d’un tratto decine di casalinghe italiane scoprissero che le storie che ci vengono raccontate in televisione non ci parlano piu’ di noi, se ci trovassimo d’improvviso di fronte a ore e ore di programmazione in una lingua che non comprendiamo, canale dopo canale, ventiquattrore su ventiquattro, realizzeremmo finalmente la nostra mancanza di investimento nel nostro futuro? Ci accorgeremmo finalmente di quanto poco scriviamo o guardiamo o leggiamo storie che realmente ci appartengono?

Le radici sono i nostri figli

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Torno a casa dopo cinque anni di vita all’estero, lontano dall’Europa, nella piccola Inghilterra del Pacifico, così la chiamano la Nuova Zelanda.
Torno a casa dopo cinque anni di “no al nucleare”, di attenzione all’ambiente, di scarsa burocrazia, di trasparenza, di soddisfazione, di cemento armato assente e di opportunità.
Non è che torno a casa perché casa mi mancava (”torno per mio padre che non sta bene” continuo a ripetermi.)
Come molti emigranti avevo finito per chiamare “casa” ciò di cui un tempo neppure ero al corrente. Ho finito per riconoscermi negli spazi vasti, nelle vedute aperte ai respiri, nei cieli che ancora sanno sollevare gli sguardi. E mi sono ritrovato ad amare, riamato, i miti degli antenati polinesiani, le storie dei navigatori degli oceani a oriente, le cosmogonie maori e l’effervescenza di quel multiculturalismo già in atto che in Italia fa paura e che altrove è considerato risorsa irrinunciabile.
Ecco. Salgo sull’aereo, e torno a casa, con la consapevolezza di aver di nuovo imparato l’arte antica della fiducia nel futuro: qualcosa che avevo smarrito tempo prima nella terra dei miei padri.
Fiducia nel futuro, penso. Penso: “capacità d’immaginarsi il domani”.
Mi si dirà che è facile credere nel futuro quando si proviene da un paese con così poco passato. Che in fin dei conti, questo è ciò che fa dei Paesi del Nuovo Mondo quello che sono.
Come se una nazione tipo l’Italia, solamente per il fatto di trascinarsi sempre dietro tutto quel popò di secoli, abbia per questo più passato dell’adolescente Nuova Zelanda.
Trovare un’unità di misura su cui decifrare il valore e il peso di un passato, penso. Cosa ne fa una pietra da custodire in bacheca o un utensile d’uso quotidiano da portarsi sempre in tasca.
Discendo dall’aereo. Mi muovo con curiosità verso i treni. E mi sembra di capire, - di intuire dai discorsi e dai giornali che le persone portano sottobraccio - di essere appena tornato in un Paese che a forza di parlare di se stesso si è ritrovato a corto di cose da dire. E dove ci si può definire “meglio fascisti che froci” in prima serata, sulla televisione nazionale, per poi entrare, il giorno dopo come se nulla fosse, in Parlamento.
In cinque anni di vita all’estero – “avremmo voluto accoglierti di ritorno in un Paese migliore….” mi dice la signora che mi sta seduta di fronte nello scompartimento, abbassa la voce, sembra quasi vergognarsi – mi ero quasi convinto che aver contribuito a divulgare nel secolo breve la malattia della dittatura e l’umiliazione della libertà fosse già di per sé motivo sufficiente di vergogna per il futuro. La mia compagna (non italiana, ndr.) mi parla del “peso che sicuramente l’Italia ha” per aver combattuto così a lungo a fianco del nazismo. Non sa quanto lontano dal vero si muovano i suoi ragionamenti…
“Torno a casa,” mi ripeto. E nella babelica agitazione di Roma, mi domando quanto senso abbia un passato che non si è mai davvero deciso a passare. Che significato abbia un ricordo che non ha da tempo più la forza di ricordare.
E così risalgo in treno il Lazio, e su, su per la Toscana, lungo le vene arrugginite – ma di recente riverniciate – della “mia” terra, facendo a ritroso un viaggio che cinque anni prima mi avrebbe dovuto liberare dal fagotto macilento e infruttuoso dei secoli. Per insegnarmi nuovamente il talento bello del camminare.
Risalgo le periferie desolate, i campi arati, i segni della terra educata, le centrali elettriche, i depositi di macchine, i tratti d’allevamento sopravvissuti e le raffinerie luccicanti, i piccoli centri abitati, le vaghe linee delle navi sull’orizzonte. Supero i nuovi porticcioli, gli alimentari, i filari d’uva sui colli, le ciminiere in riga delle industrie e i cantieri navali. Civitavecchia, Grosseto, Livorno, Pisa. Mi si aprono davanti le campagne infinite e i borghi medievali, le pianure floride e gli abbozzi delle valli ferite, fino allo sbucare portentoso e decadente delle Alpi Apuane.
Mi domando quanto sia vero o meno che il passato debba informare di sé il presente; mi chiedo quanto non sia giusto, invece, l’esatto contrario:
Che debba essere il presente, il nostro ora, l’adesso, a dare un ruolo a ciò che è stato.
Fallita la nostra missione di saper ricordare, sembra anche essere venuta meno la capacità di saper immaginare. La gente che mi sta seduta a fianco, penso, non sa più chi è. O forse non l’ha mai saputo.
E io?
Io mi domando se abbiamo ricordato troppo, o troppo poco, o non abbastanza, o niente affatto, o se a forza di ribadirci il valore del passato l’abbiamo definitivamente privato del dono della parola.
Eccola l’assenza di presente. L’anoressia emotiva e il fastidio fatalista che mi sembra di cogliere attorno.
Rifarsi ai padri, ai nonni, agli zii, ai fondatori… questo mi è sempre stato insegnato: che le radici di un Paese sono nella sua storia.
Oggi che mi sembra di aver scoperto che neppure mio padre sa quali sono le sue radici, torno a casa col pensiero folle che è ad altro che occorre rifarsi.
Le radici esistono solo nel momento in cui sono da una generazione scelte, costruite, difese. Quando si formano per opera di una decisone giornaliera, una scelta che si compie ogni mattina, prima di alzarsi. E nella quale sta a noi riconoscerci o meno, a sera, prima di addormentarci. Una scelta quotidiana, penso.
Che se riconoscersi in ciò che è stato, qui non è più possibile, allora dobbiamo cominciare a riconoscerci in quello che al momento ancora non c’è. Dobbiamo imparare a riconoscerci in quello che sarà. In ciò che ancora non abbiamo. Che al momento non siamo più capaci d’essere.
Torno dalla Nuova Zelanda, da un Paese vecchio trecento anni e penso che se da domani le radici saranno i nostri figli, forse, cominceremo finalmente ad avere anche noi una Storia.
E scendo dal treno.
C’è mio padre sull’entrata della stazione ad aspettarmi.