Aprile 4, 2012

L’eroe dell’imboscata di via Rasella

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iQuindici salutano orgogliosamente il compagno Rosario Bentivegna (1922-2012), eroe di una guerra che non ha voluto.
Siamo d’accordo, no alla guerra, no alla violenza, ci avete dato degli imbelli degli antipatrioti delle femminucce e dei codardi per anni a causa delle nostre posizioni pacifiste. Ma una volta accettata la logica della guerra, non si mettono sullo stesso piano gli eroi e gli assassini. Bentivegna e il suo gruppo, il Gap “Carlo Pisacane”, sono eroi ed eroine.
La grottesca serie di vicende giudiziarie che lo hanno avuto come protagonista ci costringono però a tirare fuori questa semplice verità: non ha nessunissima importanza che Bentivegna abbia vinto una causa dietro l’altra. Direttori di quotidiani, figure istituzionali, gente informata che non può non conoscere i fatti, né i pronunciamenti della magistratura, continua a spargere merda sul Bentivegna e su tutto il “Pisacane”, non per ignoranza, non perché non siano consapevoli delle implicazioni di quello che vanno scrivendo, ma per pura e semplice antipatia verso chi è o è stat* antifascista.
Bisogna dirlo a chiare lettere: queste persone, siano ex presidenti di regione, direttori di giornali vicini a partiti di maggioranza, consiglieri circoscrizionali, non si riconoscono nei valori dell’antifascismo che si suppone siano fondanti del nostro paese; se il paese nato dalla Resistenza fosse un posto serio, queste persone sarebbero già fuori del consesso civile.
Purtroppo, si è ormai deciso di interpretare la libertà di stampa e di opinione come una mancata assunzione di responsabilità: non c’è nessuna differenza tra esprimere un’opinione sui temi della politica e difendere il fascismo contro la democrazia, tanto nessuno ti chiede mai di render conto delle tue parole. Ma, dirà qualcuno, se chiedete un controllo sulle opinioni che la gente esprime, dove va a finire la democrazia? Non diventate simili agli stessi fascisti che dite di voler combattere?
No, rispondiamo. Noi non vogliamo che queste persone vadano in galera, che siano picchiate né in alcun modo punite per legge per le loro opinioni. Le responsabilità penali non sono le uniche che esistano in una società. Sempllicemente, nessuno dovrebbe più comprare una copia dei loro giornali, non dovrebbero mai più ricevere un voto in nessun tipo di elezioni. Questo è però un ideale irraggiungibile: ci accontenteremmo se la coscienza de* cittadin* tornasse a confinare questi giornali e questi candidati nel loro ambiente: la fogna.

Aprile 3, 2012

post politico

Author: iQuindici - Categories: Meankia, Sassolini, Scritture - Tags: , , , , , ,

(nel senso che questo post è politico. Oppure che questo discorso è post-politico, viene dopo uno politico… vabbè, sono mbriaco di prima mattina)
Per motivi che non sto a raccontarvi mi trovo a scartabellare una raccolta dei discorsi parlamentari di un noto politico italiano. Ho trovato questo intervento che vorrei sottoporvi. Vi prego, non correte giù a cercare il nome dell’autore: leggete prima il testo, vi do solo l’inizio.

Dirò ancora una sola parola sulla questione del matrimonio delle telefoniste, perché sono convinto che essa dovrà tornar innanzi al Parlamento, per ragioni intuitive di senso morale. [Qui salto qualche riga] Si è poi creata una leggenda (io affermo senza dimostrare, perché il tempo non ci permette di discutere), si è creata una vera leggenda intorno alla incapacità al lavoro, che colpirebbe le telefoniste, dopo il matrimonio, durante la maternità.

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Dicembre 26, 2011

Noi stiamo con Femminismo a Sud

Author: iQuindici - Categories: Meankia, Sassolini, Scritture - Tags: , , , , , , , , , , , , , , ,

Arriviamo come sempre in ritardo, e a questo punto probabilmente la storia la sapete.
Il blog Femminismo A Sud ha pubblicato qualche giorno fa un post intitolato “Chi ha sdoganato Casa Pound” nel quale, tra le altre cose, presentava una lista di persone che avevano sottoscritto un appello in favore della libertà di manifestare di “Blocco studentesco” (emanazione studentesca di CasaPound).

Dopo che, pochi giorni dopo, è saltata fuori la lista nazista di quelli colpevoli di aiutare gli immigrati. E ovviamente a qualche bella testa è venuto in mente di dire che “la logica è la stessa, il linguaggio è lo stesso”. (anche tra chi è attento a tematiche femministe, come Marina Terragni)
Segue dibattito.

Palle, ovviamente. Primo, non è corretto dire che quella pubblicata da Femminismo a Sud sia “una lista dei nomi di quelli e quelle che hanno scelto di occuparsi di Casapound, che ne hanno scritto e ne hanno raccontato, quasi sempre non condividendone affatto l’impostazione politica e culturale. Quella lista può voler dire una sola cosa: questi giornalisti e intellettuali vanno individuati e “sanzionati” per quello che hanno scritto e detto, anzi, semplicemente per il fatto di avere scritto e detto, a prescindere dai contenuti.” In realtà, la lista era una lista di persone che non hanno “scritto” su CasaPound, ma hanno firmato un appello espressamente in favore dell’organizzazione e del suo diritto a manifestare le sue repellenti ideologie.
(mi ripugna linkare il sito di CasaPound, ma per amor di cronaca… [www.casapounditalia.org])

Secondo. Quand’anche fosse, il discorso è molto serio: certo che queste persone vanno inchiodate alle loro responsabilità. Se un tipo di Casa Pound è passato dalle idee di violenza alle pallottole è stato (anche, in parte) perché un mucchio di persone ha decretato che quelle idee avevano piena legittimità in democrazia. Qui non si discute del fatto di “raccontare il fenomeno” (com’è che diceva la Terragni? “altri ritengono che il fenomeno sia interessante e vada raccontato”). Si tratta di accoglierlo nel consorzio sociale. E, su questo, c’è poco da discutere: la parte da cui stare è una sola.

Io sto con Femminismo a Sud

Fin qui il pezzo che avevo scritto e sottoposto all’attenzione de* quindicin* qualche giorno fa (iQuindici postano al passo del cetaceo perché hanno una struttura profondamente democratica, ogni cosa va sottoposta alla discussione e approvazione ecc). Nel frattempo, però, son successe diverse cose in rete, e almeno una va detta: una dei giornalisti citati nel famoso post di Femminismo a Sud, Alessandra Di Pietro, ha pubblicato sul proprio blog il reportage sulle donne in CasaPound uscito su Gioia nel 2009. Certo, lamentarsi di essere esposta al giudizio di migliaia di persone perché il proprio lavoro è citato in un blog, dopo che lo stesso lavoro è pubblicato su una rivista che fa 200000 copie la settimana suona un po’ strano.

Altrettanto strane suonano le accuse di irresponsabilità, per aver esposto la giornalista alle rappresaglie “di una qualche testa calda che per sentirsi antifascista pensa di perseguitarmi (in rete, sotto casa, personalmente)“, ma da queste accuse le compagne di Femminismo a Sud si difendono benissimo da sole. (tra l’altro, quale delle due parti ha preso in mano una pistola e fatto una strage? CasaPound o chi li accusa?) Quello che invece mi preme sottolineare è come la Di Pietro rivendichi la propria storia personale come garanzia: “Io non sono fascista”, dice. E questo dovrebbe bastare a dimostrare che, pertanto, anche i suoi pezzi non lo siano.

Equivalenza errata, purtroppo. Se, in quanto giornalista, vuoi “raccontare il fenomeno”, di quel fenomeno devi cogliere la complessità. Specialmente se stai parlando di un movimento politico: i programmi, a parole, son tutti belli, se non sei tu cronista, con le tue domande, a far emergerne le contraddizioni. E invece la Di Pietro come se la cava? “Del fascismo storico abbiamo parlato poco, loro non ne avevano nessuna voglia.” Ah, ecco. Suppongo che anche se intervistassi Hitler, egli preferirebbe parlare della sua cinofilia e del suo convinto vegetarianesimo, piuttosto che dello stermino di milioni di persone. E Bernardo Provenzano? Anche lui un self-made man, dall’estetica retrò e di letture ricche ed eccentriche; se non sei tu a chiedergli conto dei bambini sciolti nell’acido e dei miliardi fatti con droga e traffico d’armi lui si presenta come uno che ha dato lavoro a tante persone e portato ordine nella sua città (tra l’altro, posti di lavoro dati a scapito di chi? Domanda che magari sarebbe carino farsi anche su CasaPound, il cui tanto lodato approccio sociale alla questione casa pare non sia stato esente da nepotismi - e comunque è indirizzato solo ai cittadini italiani).

Insomma, a maggior ragione se la Di Pietro non è fascista (e la sua storia personale - è vero - lo testimonia - io, da siciliano, ho una malata predilezione per la gente che scriveva sul primo Avvenimenti), il suo approccio modaiolo a un’organizzazione di fascisti, come se (ha detto qualcuno tra i commenti del suo blog) essere fascisti fosse una delle qualsiasi bizzarrie che si incontrano in una società libera, come l’ufologia o il free climbing - questo approccio, dico, manca i doveri del cronista. Si potrebbe rispondere che quello era l’unico approccio possibile su Gioia, che ospita articoli di costume e non inchieste di cronaca politica, o perlomeno la sua cronaca politica ha appunto un approccio da rivista femminile. Giustissimo, ma allora io obietto: te l’ha prescritto il medico di parlare di Casa Pound? Parla d’altro. Se porti i temi di “Godere” al pubblico di Gioia fai una grandissima operazione politica, se porti la fighetteria fascista esponi il fianco alla critica di essere non una “fiancheggiatrice”, come tu hai tendenziosamente scritto, ma una “sdoganatrice”, diceva il post incrimniato, di ideologie che facevano meglio a restare nella fogna.

E nemmeno vale, come hai fatto, continuare a sviare il problema: sì, ma se ci sono i motivi di chiudere CasaPound, perché dirlo adesso e non prima? E perché proprio CasaPound e non la Lega, non è altrettanto razzista la Lega? E non ci sono diecimila ragioni strutturali per cui il razzismo nel nostro quotidiano eccetera eccetera? Risposta: sì, giustissimo. E infatti Femminismo a Sud, iQuindici, e altre mille e mille piccole e grandi realtà di movimento si sono impegnate contro i fascisti adesso e anche prima, contro i fascisti dichiarati di CasaPound e anche contro quelli travestiti da neoliberisti o da regionalisti, contro le grandi azioni di governo e anche contro il piccolo sintomo nel linguaggio quotidiano.

D’altra parte, se giustamente osservi: “se un criminale si sente un eroe ad ammazzare due uomini neri non dobbiamo guardare solo al dito che ha premuto il grilletto ma anche a chi gli ha fatto credere che stava facendo qualcosa di giusto stando sbracato a sbraitare sulla poltrona di casa, sui sedili dell’autobus, per strada”, noi non possiamo che concordare. Solo, ci sembrava giusto farti notare che, tra quel “chi”, ci sei un po’ anche tu, che non gli hai detto “fai bene a sbraitare”, ma solo “quanto siete fighi quando sbraitate”.

Maggio 29, 2011

Solidarietà con Addiopizzo

Author: iQuindici - Categories: Sassolini - Tags: , ,

E’ stato imbrattato un ritratto di Giovanni Falcone realizzato da Addiopizzo su un muro di Catania.
Oltre alla nostra solidarietà con Addiopizzo e con l’intera parte civile della città, manifestiamo il nostro dolore per una cultura antimafiosa che non riesce proprio ad attecchire.

Naturalmente alla fiaccolata non siamo andati, perché geograficamente siamo lontani. Ma spero che chi c’era voglia considerarci spiritualmente vicini.

La notizia: [www.argo.catania.it]

Maggio 10, 2011

Notizie dal fronte democratico (?)

Author: iQuindici - Categories: Sassolini - Tags: , , , , ,

Chiudere la giornata con una manganellata in testa presa nei pressi di Piazza Maggiore a BO per mano di un lungimirante carabiniere in tenuta antisommossa in servizio per blindare lo spettacolare sproloquio, a cui volevo assistere, tra l’altro senza contestare, dei vari Bossi, Tremonti e compagnia bella che domenica sera hanno parlato (non so se il verbo sia quello giusto) in piazza per appoggiare il candidato sindaco Bernardini, non è esattamente quello che mi aspettavo (chi vi scrive è l’antitesi del contestatore/fomentatore), comunque tutto fa curriculum, basta essere vivi a raccontarlo. Nonostante il mio personalissimo incasso della serata, quello che più mi ha amareggiato (eufemismo) non è stata la carica che ha investito me e una collega quindicina che si è presa due pugni volontari e simultanei sui seni conditi da un “Troia!” sempre da un altro dei lungimiranti celerini, quanto, piuttosto, la selezione compiuta dalle forze dell’ordine sulle persone che volevano accedere alla piazza.

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Maggio 8, 2011

15 Park Row, New York

Author: iQuindici - Categories: Sassolini

Il Presidente Obama ha visitato Ground Zero, dopo essere stato alla caserma dei pompieri di Midtown Manhattan. La cattura e uccisione di Osama Bin Laden pare aver messo fine ad uno dei tanti capitoli della nostra storia. Il terrorismo non è sconfitto, ma il segnale di un’America che non perdona torna ad essere ben chiaro, dopo tanti fallimenti.

Obama si reca dunque a rendere omaggio alle vittime dell’11 settembre, incontra le famiglie delle vittime e tutto avviene in una giornata così tersa e luminosa che i commentatori si sono affrettati a paragonarla a quel terribile 9/11 di dieci anni fa, quando la tragedia si compì sotto un cielo immacolato.

Io ho abitato recentemente e per qualche tempo a neanche 100 metri da Ground Zero, al 15 di Park Row, prima di trasferirmi su una striscia di deserto, e lasciai New York sommersa dalla neve, a congelare tra venti di ghiaccio. Vederla in diretta tv, vedere quegli angoli di strada che percorrevo quotidianamente brillare al sole, mi ha fatto sentire come lontana da casa.

L’omaggio di Obama non poteva avvenire in una giornata più rappresentativa.

 

15 Park Row è un palazzo relativamente basso di circa 30 piani, finito di costruire nel 1899 in una New York che ancora non stava cambiando faccia sotto la mano pesante di Robert Moses (raccomando il tomo di Robert A. Caro, The Power Broker,  che vinse il Pulitzer nel 1975). Il palazzo lo si nota in tutte le foto d’epoca della zona, beato e dignitoso che guarda la City Hall.  Scelsi di stabilirmi lì tutto il periodo richiesto per comodità, andare al lavoro a piedi, ma c’erano anche quelle due cupole all’ultimo piano che mi ricordavano il tempio in cima al “palazzo di Ghostbusters” al 55 di Central Park West… insomma una scelta non convenzionale quella di risiedere in un palazzo tanto spamparagnato, con l’ingresso perennemente ostruito da ponteggi e quel via vai di nerd che popolano il famosissimo negozio di elettronica J&R.  Ma è così che alla fine si è dispiegato un piccolo destino, il mio, che ha voluto farmi fare i conti con un 11 settembre disertato.

Per me la Storia trova sovente una corrispondenza ad un livello intimo, personale, e la fine di Bin Laden è associabile alla fine di quelle persone che si gettarono dalle Torri Gemelle terrorizzate di morire bruciate. Ogni giorno per molti mesi, lungo la Broadway, il mattino verso Wall Street e la sera verso casa, sono passata a fianco di Ground Zero e ogni giorno ho ingoiato tutto il cinismo espresso quel lontano 11 settembre, quando con i Bush l’America si era fatta nemica il mondo intero. Non mi sentivo degna di piangere quei morti che ora mi pareva di vedere gettarsi dai grattacieli in fiamme, fantasmi che hanno popolato le mie notti in Park Row.

Notti sempre rumorose a Downtown, con i lavori frenetici ai grattacieli (sono cresciuti a vista d’occhio) e le incessanti sirene dei pompieri, che a Manhattan la fanno veramente da padroni.

La Storia dunque mi ha chiamata all’appello perché ne riconsiderassi i termini e il destino evidentemente ha seguito un percorso beffardo.

 

Come per tanti aspetti della vita in Lower Manhattan, al 15 Park Row anche l’impianto di riscaldamento è molto rumoroso, ma Nick il supervisor dagli occhi di ghiaccio non mi ha mai dato retta, “lavoro qui da quarant’anni e conosco il palazzo”. Così ha ignorato le mie segnalazioni guardandomi con aria noncurante traslocare inutilmente su piani diversi alla ricerca di silenzio, fino alla zampata finale quando disse ai suoi di buttare via le scatole giunte per il mio trasloco di rimpatrio. A Nick non fregava proprio niente di una stronzetta di passaggio. Lui era di New York e l’11 settembre deve averlo vissuto tutto, prima in quella splendente mattina azzurra e poi certamente tra i soccorsi all’entrata del palazzo, dove centinaia di persone avranno cercato riparo tra la cenere, l’angoscia e, come mi hanno raccontato alcuni testimoni, il terrore puro.

Ho pensato a Nick seduto di nuovo in quella hall al 15 Park Row, mentre il Presidente Obama deponeva una corona di fiori a Ground Zero, immaginando che se fossi ancora lì era giunto il tempo di chiedergli del suo 11 settembre.

Gennaio 26, 2011

Dalla parte della costituzione

Author: admin - Categories: Sassolini - Tags: , ,

Diffondiamo volentieri un’importante quanto lodevole iniziativa dei cittadini di Preganziol di cui siamo venuti a conoscenza.

dove: Biblioteca comunale di Preganziol

La società civile si ribella alla censura messa in atto dalla Giunta Regionale del Veneto e dall’Amministrazione Comunale di Preganziol che, creando un indice dei libri sgraditi e facendo sparire i volumi dai luoghi pubblici, limitano pesantemente la diffusione della cultura e del libero pensiero.
I cittadini di ogni cultura rivendicano il loro diritto ad essere informati e a poter scegliere e pretendono che nessuno limiti la loro libertà.

Per questo giovedì 27 gennaio alle ore 17 si invitano tutti coloro che hanno a cuore i diritti fondamentali di ogni cittadino, a recarsi presso la biblioteca pubblica di Preganziol, in via Gramsci, con una copia della Costituzione e una copia di un testo di Roberto Saviano, per richiedere il prestito dei libri “sgraditi“.

Stiamo dalla parte della Costituzione

Stiamo dalla parte di Saviano

Gennaio 19, 2011

Ancora sulle liste di proscrizione per libri: aggiornamento

Author: iQuindici - Categories: Senza categoria - Tags: , , , , , , , ,

La cosa, com’era auspicabile, pare non esser passata. Il presidente della provincia ha preso le distanze dal suo assessore:

“Ritengo che quella di Speranzon sia un’iniziativa a titolo personale e non espressa nel suo ruolo istituzionale. Qualora presentasse la proposta in giunta, sappia che la provincia di Venezia non la sosterrà. Le biblioteche sono un luogo libero”.

Il che non può considerarsi soddisfacente. Intanto non si capisce in che modo un assessore possa intervenire su un tema inerente la sua amministrazione di competenza, inviando lettere agli amministrati, in veste che non sia quella istituzionale.

Secondo, il problema, nel caso non fosse chiaro, non è l’atto amministrativo. E’ l’atteggiamento intimidatorio. Il fatto che gli organizzatori facciano una conferenza congiunta col rappresentante di un sindacato di Polizia. Chi prende le distanze da questo inaccettabile assessore? Il suo partito? La coalizione? La sua base elettorale?
Il fascismo, prima ancora che essere un problema amministrativo, è un problema di sensibilità del popolo, e noi ci siamo dentro fino al collo: ognuno merita il regime che sopporta. E, se non lo vogliamo, non abbiamo che da non soppportarlo.

E poi, era ovvio che un’enormità del genere non poteva passare al primo colpo. Stiamo attenti, però, a non permettere che simili violazioni del diritto di espressione entrino nel campo del ‘normale’ dibattito politico. La diffusione, come si suol dire, del ‘meme’ è rischiosissima. Tra un po’ ci riproveranno: non facciamoci trovare impreparati.

Gennaio 18, 2011

Fahreneit 451

Author: iQuindici - Categories: Senza categoria - Tags: , , , , , , , ,

Il blog è stato poco attivo in questi mesi. Semplicemente, rischiamo di morire per mancanza di fondi e siamo stati impegnati a discutere come reperire un po’ di soldi – ordinaria amministrazione insomma. Poi però succede un fatto, e ci sentiamo in dovere di intervenire.

Il fatto è questo. Un consigliere comunale di un comune italiano ha lanciato una iniziativa (lui la chiama così), subito fatta propria dall’assessore provinciale alla cultura, che vuole imporla a tutti i comuni della provincia. E coinvolegere anche tutta la regione. E se possibile allargarla a tutta Italia. L’iniziativa è questa: rimuovere dalle biblioteche pubbliche i libri di tutti gli autori che hanno firmato nel 2004 la petizione per la liberazione di Cesare Battisti, dichiarandole ufficialmente ‘persone sgradite’. Ovviamente l’assesssore non può, alla lettera, ‘imporre’ una cosa del genere. Ha però precisato che i comuni che si dovessero tirare indietro «se ne assumerebbero la responsabilità».

Questo, bisogna dirlo a chiare lettere, è un atto di fascismo. In quanto lettori e frequentatori di biblioteche, in quanto persone che hanno a cuore la cultura di questo paese, vogliamo esprimere la nostra solidarietà ai bibliotecari, grandi operatori culturali, al cui fianco resisteremo se vorranno opporsi contro questa non tanto velata minaccia. Minaccia, sì: quali responsabilità dovrebbero assumersi? In che termini dovranno rispondere? Mancheranno i fondi? I patrocini? Ci saranno campagne stampa? E, dato che il Coisp, sindacato di Polizia, ha fatto immediatamente propria l’iniziativa, bisogna temere anche ritorsioni dalle forze dell’ordine?
E, naturalmente, saremo al fianco degli scrittori proscritti. Bollati come “complici del terrorismo”. (Anche se, come al solito, ci si affretta a esecrare «che si continui a parlare di Battisti come di un terrorista: è solo un feroce assassino»).
Ora, noi naturalmente non siamo nella posizione di accusare o difendere Battisti. Il dubbio che egli non abbia effettivamente ucciso quelle persone, né avuto un equo processo, rimane. E poi, se si ammette che il processo, comunque, nell’ambito delle leggi vigenti all’epoca, è stato regolare, come se la legalità procedurale, in sé e per sé, bastasse a garantire la giustizia, non si può non ammettere che con altrettanta legittimità una potenza straniera che ha un ordinamento e una tradizione giuridica diversa dalla nostra, e al quale il nostro Paese riconosce la sovranità, può, altrettanto legalmente, decidere altrimenti su una fattispecie giurisdizionale. Ma qua, è importante precisarlo, il caso Battisti non c’entra niente. Stiamo parlando di un’altra cosa: intellettuali che hanno espresso una opinione, e per questo le loro opere vengono rese irreperibili. Si sta discutendo se sia legittimo che, per le colpe anche dell’uomo più esecrabile (foss’anche Mussolini), sia lecito ridurre al silenzio le sue opere e le persone che le diffondono (nel caso, il senator Dell’Utri), accusando del concorso morale nelle sue colpe anche le persone che gli dimostrano solidarietà (si è mai sentito dare del mafioso, assessore? Perché i più acuti dei nostri lettori hanno già indovinato di che partito è lei).
Sia chiaro, sia chiaro: non stiamo suggerendo di allargare la censura: vogliamo solo mostrare come, una volta fatto passare questo principio pericolosissimo, non si sa dove si va a finire. Forse è meglio lasciarle lavorare, le biblioteche, e lasciare che la gente li legga, i libri.

A proposito, per chi non lo ricordasse, le opere di almeno tre degli autori di questa lista nera non corrono il rischio di diventare irreperibili. Sono i romanzi di Girolamo De Michele e di Giulia Fazzi e i racconti di Paolo Stelluti, e le potete scaricare gratis dalla nostra, di biblioteca, quella copyleft. Almeno finché non ci buttano fuori dal server per morosità: quest’anno abbiamo pagato, ma il prossimo? …espropri proletari?

La notizia: http://ilgazzettino.it/articolo.php?id=134755&sez=NORDEST
Il testo della lettera: http://www.gazzettino.it/articolo_app.php?id=35710&sez=NORDEST&npl=&desc_sez=
Per saperne di più sul caso Battisti: http://www.carmillaonline.com/archives/2009/01/002924.html#002924
Perché, quand’anche avesse creduto alla sua colpevolezza, il Brasile non avrebbe comunque estradato Battisti: http://www.gennarocarotenuto.it/14736-cesare-battisti-e-la-mancata-estradizione-di-lula/ (salvo qualche riserva sull’affermazione dell’autore che sostiene «il fatto che, sia pure con una serie di ombre, la democrazia italiana seppe affrontare sul piano penale e non su quello della violazione di massa dei diritti umani il cosiddetto terrorismo rosso»)
Il famoso appello: http://www.carmillaonline.com/archives/2004/02/000611.html#000611
con relative firme: http://www.carmillaonline.com/archives/1500_firmatari.html
La nostra biblioteca copyleft: http://www.iquindici.org/download.php
Ah, poi ci sarebbero i nostri fratelli grandi, i WuMing: anche da loro tutto scaricabile dal sito,
http://www.wumingfoundation.com/italiano/libri.html
Sul loro blog, gli scrittori organizzano la resistenza: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=2572

Settembre 12, 2010

Mondadori. Interventi definitivi?

Author: iQuindici - Categories: Sassolini - Tags: , , ,

La questione si trascina oramai da tempo. Da troppo forse. Moltissimi scrittori che pubblicano con Mondadori sono recentemente intervenuti su Carmilla per chiarire le proprie posizioni, dopo che l’articolo di Mancuso aveva riaperto il dibattito.

Potete trovare la serie completa di tali interventi qui.

Noi ci limitiamo a inserire la risposta dei Wu Ming, lasciando che ognuno sia libero di formarsi la propria opinione a riguardo. All’interno dello stesso collettivo iQuindici, infatti, le posizioni sono discordanti. Pubblicare o meno per il Gruppo Mondadori? Questioni che, purtroppo, solamente in Italia siamo costretti a porci…..

*LA QUESTIONE EINAUDI + DUE O TRE COSETTE CHE I BOYCOTT BOYS NON SANNO*
> L’Einaudi non è Berlusconi, perché quest’ultimo passa, mentre l’Einaudi
> resterà. Resterà il catalogo, per dirla con Valter Binaghi,
> “poeticamente più sovversivo del mondo”. Resterà quel soggetto, quella
> voce nel dibattito culturale e civile.
> Quindi [...] bisogna TENER DURO, “resistere un minuto più del padrone”.
> Bisogna lottare dentro, per salvaguardare i margini e gli spazi di
> autonomia rispetto alla proprietà, per riequilibrare con mosse “buone”
> ogni concessione o cedimento, ogni eventuale “scivolone”. Date
> un’occhiata al catalogo e vedrete quali e quante sono le mosse “buone”.
> Abbiate un po’ di pazienza e vedrete, quest’autunno, alcune uscite
> strategicamente fondamentali.
> Perché dalle pagine culturali dei giornali (e siti) berlusconiani, molti
> scrittorucoli di destra attaccano soprattutto gli autori di sinistra che
> pubblicano con Einaudi o Mondadori? Magari chi non è dentro quel mondo
> non se ne accorge, ma è una vera e propria grandinata di lamentele e
> contumelie, e dura da anni e anni.
> La risposta è semplice: perché reclamano i nostri posti. Vorrebbero
> esserci loro al posto nostro, e si lamentano a gran voce: ma come?
> Quelle case editrici sono di proprietà di Berlusconi e proprio noi,
> autori berlusconiani, non abbiamo tappeti rossi srotolati davanti ai
> nostri piedi e ancelle che ci precedono gettando petali di rosa?
> Questi sgomitano con violenza, da anni. Ma l’Einaudi non li pubblica e
> in genere non li pubblicano nemmeno le collane più prestigiose di
> Mondadori, perché i capi-collana come Repetti e Cesari in Einaudi o
> Brugnatelli in Mondadori non sono yes-men. Così si riesce, non senza
> sbavature ma comunque ci si riesce, a salvaguardare il catalogo.
> Se chi in Mondadori non la pensa come Berlusconi uscisse dal gruppo
> editoriale, quei posti verrebbero /presi all’istante/ da yes men. Al
> posto dei libri di Saviano o di Cantone, nella collana “Strade Blu” di
> Mondadori vedremmo quelli di svariati scalzacani.
> Ma è doveroso portare la logica del boicottaggio un po’ più in là, fino
> alla massima coerenza.
> Se tutti gli autori che osteggiano Berlusconi uscissero dall’Einaudi,
> come sembrano auspicarsi i Boycott Boys, significherebbe soltanto
> DISTRUGGERE L’EINAUDI, senza peraltro sconfiggere Berlusconi, che in un
> paese di non-lettori come questo non vedrebbe in alcun modo intaccato il
> suo consenso di massa, consenso che ha presso persone che NON leggono
> libri Einaudi.
> E così, alla fine del ciclo berlusconiano, ci ritroveremmo senza
> l’Einaudi. Avremmo distrutto una delle più prestigiose case editrici di
> sinistra, e un pilastro storico della cultura antifascista in Italia.
> Bel risultato! Tutto questo perché si è presa una scorciatoia, perché si
> è sacrificato il lungo periodo alle pressioni della contingenza. Ma che
> senso ha?
> Il boicottaggio è uno strumento importante, ma per metterlo in pratica
> servono dei requisiti. Uno dei quali è: conoscere l’industria che vuoi
> boicottare. Infatti chi promuove il boicottaggio alla Nike sa tutto di
> quest’ultima, sa dove sono gli stabilimenti, conosce gli organigrammi,
> segue le dichiarazioni dell’amministratore delegato, etc.
> Nel caso di questo boicottaggio agli autori Mondadori ed Einaudi, questo
> requisito manca totalmente. In giorni e giorni di perlustrazione della
> rete, non [abbiamo] trovato una presa di posizione una (nemmeno una!)
> che faccia pensare a una benché minima conoscenza dell’Einaudi, della
> sua storia, del suo catalogo, di cosa si muove là dentro, di quali siano
> gli equilibri. Non solo: chi promuove questo boicottaggio sembra NON
> SAPERE NULLA DI EDITORIA, tout court. Sfuggono i meccanismi basilari,
> manca l’ABC [...] si schiaccia totalmente l’Einaudi sulla Mondadori e
> quest’ultima su Berlusconi.
> Così facendo, si danneggia in primo luogo chi, come noi e tantissime
> altre persone, là dentro cerca di lavorare per un’Einaudi post-Mondadori
> e post-Berlusconi.
> Credete che sia una cosa facile, soprattutto di questi tempi, ribadire
> che si continuerà a lavorare con l’Einaudi finché sarà possibile (finché
> qualcuno non ci caccerà)? Pubblicare con Einaudi sta diventando la
> scelta più impopolare in una fase di populismo acuto e di capi
> carismatici [...] Fatevi un giro nei forum, nei blog, nei profili
> Facebook che fanno riferimento a grillini, BoBi e dintorni. E’ tutta
> un’ingiuria contro di noi, contro Lucarelli, contro Saviano e mille altri.
> Bene, noi non ci facciamo intimidire, serve anche e soprattutto il
> coraggio di essere impopolari. Solo che il danno sarà sistemico:
> aumenterà la quantità di veleni e di falsi problemi agitati come drappi
> rossi di fronte a masse in cerca di semplificazione delle questioni.
> Anche se questo boicottaggio fallirà (perché è stupido e mal concepito),
> il gioco non sarà a somma zero. Ne usciremo con sempre più divisioni “a
> sinistra”, e con una lacerazione dei rapporti tra intellettuali e masse
> (e stavolta, almeno per una volta, NON sarà colpa degli intellettuali).
> Non c’è sito o blog dove si discuta di questo tema in cui gli scrittori
> (e, attenzione, /soltanto loro/) non vengano chiamati in causa.
> Infatti, nessuno ha ancora chiesto agli editori “virtuosi” di boicottare
> le librerie Mondadori rifiutandosi di mandarci i libri che pubblicano, o
> di boicottare la distribuzione Mondadori non affidandole gli scatoloni.
> Del resto, anche gli editori concorrenti più “barricaderi” si guardano
> bene dal farsi avanti con un /beau geste/ di questo tipo, che pure
> sarebbe molto più clamoroso e di sostanziale impatto della tanto
> reclamata diserzione di questo o quell’autore.
> Nessuno ha chiamato in causa editor e capi-collana etc. Tutti i
> chiamanti in causa hanno chiamato in causa gli autori.
> Che non si sono tirati indietro, e hanno fatto bene a rispondere,
> ciascuno a suo modo.
> Come fanno bene a spiegare alcune cose che sfuggono al “general public”
> e, soprattutto, sfuggono ai Boycott Boys.
> Ad esempio, che la famiglia Berlusconi è azionista del gruppo
> Rizzoli/RCS <http://bit.ly/bgyayR>. Non solo è azionista direttamente,
> ma esercita un controllo azionario indiretto, dato che l’azionista di
> maggioranza è Geronzi.
> Non si contano le volte al giorno in cui, qui o là, veniamo invitati a
> lasciare Mondadori e addirittura Einaudi “perché è di Berlusconi”, e ci
> sentiamo dire che “esistono altri grandi editori, come Rizzoli”. Tra
> l’altro, ehm, noi per Rizzoli pubblichiamo già.
> E via così, col pilota automatico, ignorando davvero troppe cose.
> Proviamo a farci questa domanda: chi boicotta la Nestlé, dove le ha
> attinte le informazioni su quest’ultima? La risposta è abbastanza
> semplice: ha studiato. Ha letto le pagine di economia, ha perlustrato il
> sito e le comunicazioni ufficiali dell’azienda, ha socializzato tra
> tante persone saperi parziali che, un po’ alla volta, hanno composto un
> quadro generale. Idem per la Nike e tutte le altre campagne di
> boicottaggio. Idem per i pompelmi israeliani. Un boicottaggio non si
> improvvisa alla carlona, mettendo su un sito in 24 ore e invitando la
> gente a fare mail bombing a casaccio. L’Annosa Questione esiste da
> quindici anni, c’era tutto il tempo, da parte di chi l’ha sollevata, di
> fare ricerche, compilare dossier e “libri bianchi”, leggersi libri di
> storia dell’editoria (in questo thread abbiamo fornito parecchi link).
> Con tutta evidenza, questo è un lavoro che nessuno ha fatto.
> [...] Se un autore che pubblica per il gruppo Mondadori decidesse di
> smettere di farlo, priverebbe il gruppo stesso dei proventi derivati
> dalla vendita dei suoi libri? Solo parzialmente. La percentuale del
> prezzo di copertina che spetta all’editore in effetti finirebbe nelle
> tasche di un’altra casa editrice, ma questa è solo una fetta della
> torta. Infatti il gruppo Mondadori è anche azionista di maggioranza del
> principale distributore di libri italiano, nonché titolare di una delle
> due più grosse catene di bookstore del Belpaese. Significa che se si
> volesse evitare di portare soldi nelle tasche della famiglia Berlusconi
> bisognerebbe anche chiedere al proprio nuovo editore di non affidare la
> diffusione dei propri libri al suddetto distributore e di non venderli
> nei bookstore della catena Mondadori. Altrimenti sarebbe un boicottaggio
> parziale: vale a dire una contraddizione in termini.
> E’ significativo che Mancuso, nella sua ingenuità, non abbia nemmeno
> preso in considerazione la faccenda, proprio mentre ancora oggi su
> Repubblica ripropone la questione mettendo al centro l’aspetto
> prettamente economico (”a chi faccio fare i soldi con i miei libri?”).
> Questo dimostra una volta di più quanto i fautori del boicottaggio alla
> Mondadori ignorino i meccanismi dell’industria editoriale italiana e
> siano piuttosto in cerca di bei gesti di delegittimazione del tiranno.
> Il desiderio di semplifcazione che ormai ha contagiato la società
> italiana è il principale sintomo della vittoria psichica del
> berlusconismo. Ma la realtà resta più complessa e non si può districare
> con i bei gesti, solo con pratiche di resistenza lenta e duratura.
> Le pratiche di resistenza pertengono al modo in cui si decide di
> svolgere il proprio mestiere di scrittori. E questo riguarda il
> contenuto di ciò che si scrive; come si affronta il problema
> dell’estinzione dei lettori, o quello dell’impatto ecologico della
> propria attività, o ancora quello della fruizione dei testi letterari;
> insomma il tipo di cultura e di consapevolezza che si alimenta